Andrà molto peggio, prima di andare meglio

Il rinvio della ratifica del CETA ed i piccoli opportunisti autolesionisti

in Economia & Mercato/Italia/Unione Europea

Il Senato italiano ha deciso, ieri l’altro, di rinviare a tempo indeterminato la ratifica del CETA, il trattato commerciale tra Canada ed Ue, approvato lo scorso febbraio dal Parlamento europeo ed entrato in vigore in modalità provvisoria (ma molto tangibile) dallo scorso 21 settembre per gli ambiti di competenza normativa comunitaria. Tutto è partito da una proposta di Sinistra italiana in conferenza dei capigruppo, che ha trovato pronta accoglienza. Perché, come saprete, dopo la morte (o l’ibernazione) del TTIP, il nuovo spaventapasseri antiglobalista e sovranista è il CETA.

Il trattato che serve ai demagoghi per urlare al Bilderberg, alle forze oscure, all’arrivo sulle tavole italiane di autentici veleni che ci uccideranno lentamente. Un tripudio di cospirazionismo, la cui ratifica un parlamento pressoché scaduto e soprattutto scadente pare stia cercando di insabbiare e spedire al prossimo, per cogliere qualche spicciolo di consenso elettorale dopo aver sparso a piene mani paura e disinformazione.

Sono i tempi che corrono e l’aria che tira. Quella di un paese trasformatore ed esportatore che pare aver deciso di diventare protezionista asimmetrico: vuole continuare ad esportare ma non ha alcuna intenzione di importare. Men che meno sull’alimentare. In questo solco si inseriscono anche i reiterati tentativi di Coldiretti di isolare i prezzi delle produzioni nazionali di grano da quelli del mercato mondiale in cui siamo e restiamo inseriti. Ciò avviene con vari mezzi, ad esempio suggerendo che i grani d’importazione sono trattati con le peggiori sostanze tossico-nocive.

A poco e nulla valgono le rassicurazioni delle autorità, che ovviamente vengono accusate di essere vendute alle multinazionali. A meno ancora valgono le argomentazioni dei trasformatori alimentari, che ribadiscono che la produzione indigena è quantitativamente e qualitativamente insufficiente per sostenere le nostre preparazioni alimentari, prima fra tutte la pasta. Ora, che Coldiretti tenti con ogni mezzo di sostenere i prezzi che riceve è del tutto legittimo. Assai meno razionale è pensare che sia possibile sostenere le nostre esportazioni assecondando queste richieste.

Non molti sanno, ad esempio (come ricorda oggi Luciano Capone sul Foglio), che produttori di eccellenze alimentari italiane quali Parmigiano Reggiano, Grana Padano, Prosciutto di Parma e San Daniele, Gorgonzola, Aceto Balsamico di Modena sono favorevoli al CETA perché non subiranno più la concorrenza sleale di cloni canadesi, grazie alla protezione della denominazione d’origine, che nel CETA ha sostituito quella della registrazione di marchio, che in Canada consentiva alla multinazionale Maple Leaf di sfruttare la denominazione “Parma”, con grave danno per i nostri produttori. Ora le cose cambieranno, assieme al fatto che le imprese europee potranno accedere agli appalti pubblici canadesi.

Il CETA rimuove molte decisive barriere di tipo non tariffario, e per questo dovrebbe essere accolto positivamente. L’area di maggiore criticità è, come sempre accade ai trattati di libero scambio, quella della composizione delle dispute tra investitori e stati nazionali, ma quella per ora è fuori dalla provvisoria applicazione mentre si prevede un sistema giudiziario pubblico, non basato su tribunali temporanei e con giudici professionali ed indipendenti. Ma naturalmente, i nostri no-global di Pavlov vi diranno il contrario.

Se vincerà lo strepito di sovranisti e protezionisti, con una politica pavida ed opportunista che segue a ruota, potremo solo biasimare solo noi stessi per la perdita di opportunità. Ma forse il nuovo corso italiano è quello di ambire a divenire uno stagno di triste autoconsumo declinante. Ma non temete, anche per questo c’è la solita “soluzione” da illusi falliti: le svalutazioni competitive di una monetina sovrana. Finiremo incastonati nell’ambra di un’altra era geologica ed in un magico mondo asimmetrico dove il protezionismo può essere praticato ma solo da noi, che siamo i “buoni”. La fine più probabile per un paese che fa dell’autoinganno il proprio stile di vita.

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