Andrà molto peggio, prima di andare meglio

Il moto perpetuo del reddito di cittadinanza secondo la cittadina Castelli

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Sul Fatto di oggi trovate una chicca per intenditori e “tecnici”. Si tratta del modo in cui il reddito di cittadinanza grillino verrebbe trasformato in leva per innalzare il Pil potenziale ed ottenere tanti bei soldini dalla Ue con cui finanziare…il reddito di cittadinanza medesimo. Noi italiani abbiano di che essere orgoglioni, dunque: il Nobel per l’Economia non ce lo danno, ma abbiamo un serbatoio di giovani e meno giovani ingegneri finanziari disperati in grado di estrarre dal cilindro interi allevamenti di conigli, per riportare il nostro paese allo splendore che gli compete per storia e tradizione.

La proposta viene da Laura Castelli, giovane (31 anni) deputata appartenente alla Commissione Bilancio della Camera, fedelissima di Luigi Di Maio (una garanzia, in pratica), che ieri a Budapest ha coordinato un tavolo (e presumiamo anche le sedie) dell’Eaepe, che mi dicono essere l’associazione per l’evoluzione della politica economica, in pratica fuori dall’ortodossia.

In questa circostanza, la cittadina Castelli ha illustrato il rivoluzionario potenziale del reddito di cittadinanza come strumento per sbloccare “miliardi” di soldi Ue per investimenti e flessibilità di bilancio. Seguite attentamente, nelle parole della stessa Castelli:

«I meccanismi europei si basano su calcoli complicati, e uno dei parametri fondamentali è il Pil potenziale, la quantità massima di prodotto interno lordo che ciascun Paese potrebbe realizzare secondo le sue caratteristiche. E all’interno di questo parametro un grande peso lo ha la percentuale di inoccupati, ovvero di coloro che non cercano lavoro»

Proviamo a decodificare, visto che il discorso è serio, o almeno parte come tale: immaginiamo che col termine “inoccupati”, Castelli si riferisca in realtà agli inattivi. Gli inattivi, nei modelli economici, tendono ad indicare il grado di “sclerotizzazione” di un’economia. In funzione (tra le altre cose) del grado di inoccupabilità di strati della popolazione, si giunge quindi al calcolo del Pil potenziale, grandezza non direttamente osservabile che (tra le altre cose) è legata al concetto di NAIRU e NAWRU, cioè il tasso di disoccupazione (NAIRU) o di retribuzione (NAWRU) che non causa una accelerazione dell’inflazione.

L’Italia ha in corso da tempo una disputa con la Commissione Ue, perché quest’ultima ci attribuisce un’output gap (cioè un “buco” di Pil rispetto al potenziale) in complesso piccolo, ritenendo che la nostra economia soffra in misura rilevante di “isteresi”, cioè sia “sclerotizzata”. Ciò implica, tra le altre cose, che non possiamo invocare più deficit con l’argomentazione che abbiamo un elevato ma transitorio (cioè ciclico) tasso di inutilizzo dei fattori di produzione, tra cui il lavoro, che potrebbe aumentare se solo spendessimo di più.

Ci siete, sin qui? Ora, Castelli ritiene che il problema della nostra isteresi risieda nel fatto che abbiamo troppi inattivi rispetto ai disoccupati. Un “travaso” dai secondi ai primi porterebbe (nel suo ragionamento) ad allargare il nostro output gap e ci permetterebbe di recuperare miliardi comunitari, sia in puro deficit che in fondi di sviluppo. Riuscite ad apprezzare quanto è ingegnoso, questo ragionamento? Si parte dal bisogno: avere più soldi dalla Ue. Si scopre che le formule europee di calcolo dell’output gap ci penalizzano, assegnandocene uno troppo piccolo; si pensa che questo derivi dal fatto che abbiamo troppo pochi disoccupati registrati (non è chiaro perché) e troppi inattivi. E che facciamo quindi, fermo restando che la cittadina Castelli continua a credere che “inoccupati” ed “inattivi” siano lo stesso concetto? Questo:

«Il reddito di cittadinanza trasforma gli inoccupati in disoccupati, cioè in persone che il lavoro lo cercano, e a cui verrà dato un reddito in cambio della frequenza di corsi e altri criteri. Verranno reimmessi nel circuito. E questo ci permetterà di chiedere agli organismi europei maggiori spazi finanziari»

Ma non è meraviglioso, tutto ciò? Gli inattivi, che presumiamo siano gli scoraggiati e non i pensionati, “partecipano a corsi” (anche su giardinaggio e origami, ipotizziamo), quindi diventano statisticamente “disoccupati”, il cui numero cresce, poi il premier Di Maio va a Bruxelles e dice ai cattivoni: “ehi, guardate quanti disoccupati abbiamo, ci servono più soldi per ridurne il numero, ja!”, dove ja non è l’affermazione teutonica ma l’esortazione partenopea. Ed ecco i soldi comunitari piovere sull’Italia. Come ci informa il Fatto:

Secondo una relazione a cui il Movimento ha lavorato assieme a “professori ed esperti con cui collaboriamo da tempo” si possono sbloccare tra i 10 e 15 miliardi, grazie a una misura che ne richiede 17 tra erogazione di fondi e riforma dei centri per l’impiego. “Il reddito potrebbe quasi ripagarsi da solo”, sostiene Castelli

Pensate: malgrado le coperture al reddito di cittadinanza esistano e siano ottime, abbondanti e bollinate, pur mutando ad intervalli regolari perché altrimenti la vita sarebbe troppo noiosa, basta presentare alla Ue questo bendiddio di disoccupati in più per abbattere l’isteresi, rivoltare come un calzino la formula dell’output gap che ci impedisce di avere più soldi ed autofinanziare il reddito di cittadinanza medesimo senza rompersi la testa contro la corruzzzzione, gli sprechi, le sirene e le scie chimiche. Un capolavoro di ingegneria finanziaria, anzi: di reverse engineering. Voi mi dite quanti soldi vi servono, ovviamente altrui, e io ve li procuro. In ciò risiede tutta l’essenza dell’italianità: spendere quantità impressionanti di tempo e risorse mentali per capire come fottere il sistema. Il moto perpetuo da parcheggio dell’Autogrill.

La strada per la prossima legislatura è tracciata: definite disoccupato anche il vostro gatto che spinge la sedia a rotelle dell’inattivo nonno novantenne, e arriveranno i soldi della matrigna Europa. Che poi in parte sono nostro deficit ma a quello penseremo dopo, quando avremo la nostra bella moneta fiscale per chiudere i buchi e tappezzare le stanze. Europa, nun te temo, sono italiano!

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