La finzione occidentale sotto scacco

Mentre sull’Ucraina e sulle mire russe Joe Biden incespica nelle sue stesse parole e nei concetti sottostanti, l’Unione europea torna a recitare il ruolo che meglio le riesce: ambire a fissare standard e sanzioni sin quando la realtà non la prende a ceffoni. Nel mezzo, i soliti tentativi egemonici di chi non rinuncia a gonfiarsi come una rana di Fedro e credere di “guidare” con testa e muscoli quello che resta un riluttante blocco mercantilista.

L’antefatto: durante una lunga conferenza stampa, l’ammaccato presidente degli Stati Uniti ha detto che si attende che la Russia “muoverà” sull’Ucraina, dopo aver ammassato circa centomila uomini attorno al confine orientale del vicino. Biden ha promesso una reazione rapida e senza precedenti in caso di invasione, tale da procurare a Mosca un dolore mai provato prima.

Teneteci o rispondiamo

Non che si potesse dire qualcosa di realmente differente. Il problema è sorto quando, subito dopo, Biden si è messo a graduare l’ipotesi di reazione occidentale (quale Occidente, lo vedremo tra poco) in caso di “incursione minore” dei russi in Ucraina. E quale potrebbe essere, tale incursione minore?

Ad esempio, un attacco hacker simile a quello di alcuni giorni fa che ha defacciato i siti governativi di Kiev? Un’operazione coperta in cui paramilitari senza insegne ( i famosi “omini verdi”) colpiscono le truppe russe di là dal confine per darne la colpa agli ucraini e legittimare ritorsioni militari? Altro?

La Casa Bianca si è immediatamente precipitata a precisare che nessuno stava graduando alcunché. Lo stesso Biden ha ripreso il tema dicendo che qualsiasi incursione di là dal confine incontrerebbe la durissima risposta occidentale. Ma, come si nota, pare siamo ancora al superamento del confine fisico e non altro.

Che in Europa aleggi l’aria pesante della Conferenza di Yalta o peggio, di quella di Monaco del 1938, con suddivisioni in zone di influenza delle grandi potenze, se ne sono accorti praticamente tutti. Forse se ne sono accorti anche a Berlino, malgrado una coalizione di governo molto eterogenea in cui la ministra degli Esteri, la Verde Annalena Baerbock, va a Mosca a parlare con quella vecchia volpe del suo omologo Sergej Lavrov e fa la faccia assertiva anche se i tedeschi (e con essi l’Europa) sono pesantemente minacciati di ritorsione a mezzo gas.

Tedeschi strattonati dalla realtà

Baerbock minaccia dunque di non far partire la nuova pipeline Nord Stream 2, che sembra la stessa minaccia che un aspirante suicida rivolge al mondo puntandosi la pistola alla tempia. Il Cancelliere Olaf Scholz tace, per ora. Forse ricordando che fu un suo predecessore e compagno di partito a diventare il primo piazzista di gas russo in Europa.

Nel frattempo Emmanuel Macron va a Strasburgo per inaugurare col solito tono solenne la sua campagna elettorale per le presidenziali francesi di aprile, spacciandola per il discorso di avvio del semestre di presidenza a rotazione della Ue, e butta lì che l’Europa deve negoziare con la Russia.

Che sarebbe cosa buona e giusta, visto che ogni blocco ha proprie funzioni di utilità e gli americani hanno la loro. Se non fosse che i russi fanno sapere che per loro sarebbe meglio trattare con gli americani e con la Nato, e che il “Format Normandia” sull’Ucraina, cioè il quartetto Parigi-Berlino-Mosca-Kiev, per ora non è opzione preferenziale a Mosca.

Lo scenario è noto e per nulla inedito: Putin sfrutta le divisioni occidentali e il ventre molle europeo. Che poi, precisiamo: sarà pure ventre molle nel senso di scarsa attitudine a darsi una difesa autonoma comune ma non scordiamo mai che parliamo di ventisette paesi, di peso differente e obiettivi nazionali non omogenei. Fatale che il risultato siano estenuanti negoziati interni per raggiungere una esangue posizione esterna di compromesso. In economia come, a maggior ragione, in politica estera.

Tra egemoni e gregari, Putin gode

Non ci vuole un esperto di teoria dei giochi per comprenderlo. Se mai in Europa dovesse emergere un egemone assertivo (per qualsivoglia motivo), egli perseguirebbe in primo luogo la propria funzione di utilità e, in subordine, il denominatore comune altrui. Ricordate gli stupidi e antistorici piagnistei degli italiani, durante la fase acuta della crisi del debito pubblico? “Basta con l’egemonia della Bundesbank, maestra!”. Forse volevano tornare a quella della Federal Reserve, che esisteva in passato e prima che si giungesse alla costruzione europea nella forma attuale, cioè con una banca centrale propria.

Ci sarà sempre un egemone, assertivo o riluttante, manifesto o più o meno dissimulato. E ci saranno dei gregari che lo seguiranno. Su questo gregariato, Mosca potrà sempre agire. Oltre che usare rilevanti leve come quella energetica sull’intero continente. Se poi aggiungiamo che il modello economico della Ue pare essere quello mercantilista tedesco, basato su surplus commerciali, ecco che le vulnerabilità geopolitiche si amplificano ulteriormente.

Un continente che, malato del suo abituale irenismo, si è dato gli obiettivi della transizione energetico-ambientale e (forse) della protezione sociale durante la medesima ma non quello della sicurezza energetica. Sono “sbadataggini” che si pagano molto care, di solito. E forse sono anche dolose nel senso di conseguenti a interessi di singole parti del sistema, sufficientemente porose da essere infiltrate dagli interessi russi. Ogni riferimento alla Germania è puramente voluto.

Arrivano i nostri, e costano caro

Veniamo alla famosa reazione alla “invasione” russa dell’Ucraina: che forme prenderà? Da tempo si vocifera della cosiddetta “opzione nucleare”, cioè tagliare fuori Mosca dal circuito di pagamento internazionale SWIFT. Ottimo, se non fosse che un’azione del genere impedirebbe agli europei di pagare il gas russo, di cui continuano ad aver bisogno.

A meno di sviluppare e usare una propria architettura di pagamenti, esponendosi a ritorsioni americane per violazione delle sanzioni. E fine della celebrata “alleanza”. Certo, gli americani potrebbero unire l’utile al dilettevole e giocare al piccolo Piano Marshall delle navi gasiere che arrivano in soccorso dell’Europa al gelo. La cavalleria navale del Mondo Libero, in pratica.

Se non fosse che ovviamente in Europa mancano rigassificatori per gestire una simile sostituzione di importazioni, che peraltro andrebbe a tutto vantaggio delle imprese americane e non sarebbe gratis et amore dei.

Potreste obiettare: ma la Russia a qualcuno dovrà pur venderlo, questo maledetto gas. Certo, ad esempio alla Cina? Anche se questa parte del business non è ancora sviluppata come dovrebbe, visto che sinora l’export di gas russo alla Cina viene solo da campi di gas di nuovo sviluppo, nell’est del paese, che non servirebbero comunque l’Europa.

La Russia guarda a Est, ma serve tempo

Anche alla Russia serve tempo: entro la fine del decennio potrebbe entrare in esercizio la pipeline per collegare i campi di gas della Siberia occidentale, che oggi riforniscono l’Europa, alla Cina, passando attraverso la Mongolia. Il famoso progetto Power of Siberia 2 di cui si parla tuttavia da molti, forse troppi, anni.

Tutto questo scenario suggestivamente terrificante ci lascia con la domanda delle domande: Putin invaderà l’Ucraina? O magari solo il Donbass, aumentando il cuscinetto a protezione dei confini occidentali russi, scontando “sanzioni” che potrebbero mordere relativamente poco, come quelle imposte dopo l’annessione della Crimea, considerando che la Russia oggi ha ancora più munizioni valutarie proprio grazie al prezzo di petrolio e gas e a una politica di bilancio domestica effettivamente austera?

Torna quella spiacevole sensazione che il cosiddetto Occidente sia non solo privo di leve strategiche contro l’abilità tattica e strategica del Cremlino (o di Pechino), ma che il concetto stesso di Occidente sia un’invenzione letteraria che transenna una lasca, dispersa e ferocemente eterogenea espressione geografica.

Photo by ᴊᴀᴄʜʏᴍ ᴍɪᴄʜᴀʟ on Unsplash

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