Robert Kagan, “Paradiso e potere – America ed Europa nel nuovo ordine mondiale”

Spesso si dice che gli Stati Uniti sono imprigionati in una concezione hobbesiana delle relazioni internazionali, quella dell’homo homini lupus, un mondo anarchico in cui leggi e regole internazionali sono inaffidabili e la vera sicurezza, la difesa e l’affermazione dei valori liberali dipendono ancora dall’uso della forza, mentre l’Europa, anche grazie alla costruzione unitaria, è entrata in un paradiso post-storico di pace e relativo benessere: la realizzazione della “pace perpetua” di Kant. Da questa diversa visione del mondo scaturiscono le divergenze profonde di oggi tra le due sponde dell’Atlantico, che stanno facendo venir meno, o perlomeno ridefinire, il concetto tradizionale di “Occidente”. Ma è davvero così? Gli Americani sono un popolo di bruti e aggressori, sempre pronti a prendere il fucile ed applicare la pena di morte, in patria e fuori, mentre gli europei rappresentano il trionfo della logica, del negoziato, dei legami commerciali ed economici per cementare le nazioni? A questa domanda tenta di rispondere Robert Kagan, col suo saggio “Paradiso e Potere”. I risultati a cui giunge sono ampiamente condivisibili.

In primo luogo, l’Europa non è stata sempre portatrice di valori “legalistici” nel diritto internazionale. Prima del secondo conflitto mondiale i leader europei portavano in giro per il mondo i valori della civiltà liberale con i cannoni (vedi l’Impero britannico), o tentavano di diffondere liberté ed egalité a fil di spada (vedi Napoleone). Secondo Kagan, ciò avveniva a causa della supremazia politica, economica e, soprattutto, militare del Vecchio Continente, che permetteva di utilizzare la machtpolitik, la politica di potenza, per costruire ed affermare il diritto internazionale in giro per il mondo. A riprova di come le nazioni tendano ad essere ultra-legalitarie quando sono militarmente deboli Kagan cita proprio il caso delle ex colonie britanniche che poi avrebbero dato vita agli Stati Uniti: “La giovane repubblica brandiva l’ascia contro i popoli più deboli del continente nordamericano, ma quando aveva a che fare con i giganti europei, ripudiava la forza e denunciava la primitività della politica di potenza degli imperi europei del Sette-Ottocento”.

Allo stesso modo ai giorni nostri un’Europa militarmente inesistente, mercantilista convinta ma senza l’uso di quella forza che appare imprescindibile per affermare la propria supremazia economica, appagata da lunghi decenni di benessere riconducibili alla costruzione unitaria e all’assenza di conflitto che essa ha prodotto, sembra aver elevato ad assoluto la propria felice e contingente condizione. Il negoziato è l’unica arma, ci si concentra sul processo convinti che il tempo farà diventare la forma sostanza. Esistono dunque due modelli di gestione delle relazioni internazionali? Esiste la possibilità che una qualche forma di “ecologia delle relazioni internazionali” porti al declino della forza bruta americana e all’affermazione della logica negoziale-mercantilista europea?

Si, secondo molti politici ed intellettuali europei, che citano come controprova la non-sostenibilità nel lungo periodo delle spese militari rispetto al mantenimento degli standard economici di vita (come fa Paul Kennedy nel suo “Ascesa e declino delle grandi nazioni”, andando a ritroso nel tempo fino all’Impero Romano per dimostrare il suo teorema) ma, come spesso accade in questi casi, confondendo i desideri con la realtà, laddove si consideri che gli Stati Uniti spendono oggi poco meno del 4 per cento del proprio prodotto interno lordo in spese militari, un livello del tutto sostenibile, storicamente e in assoluto.

No, secondo Kagan, perché non abbiamo realmente di fronte due modelli alternativi, bensì un modello (quello europeo) che può vivere e prosperare sotto l’ombrello protettivo della politica di potenza americana, incassandone i lauti dividendi senza sostenerne i pesanti costi, in termini economici, militari e umani. Gli europei, dai tempi della strategia di confrontation con l’Urss, si sono appoggiati agli Usa per la propria difesa, basata prevalentemente sulla deterrenza nucleare (vedasi gli euromissili negli anni Ottanta). Al termine della Guerra Fredda gli europei non hanno pensato a sviluppare un proprio modello militare integrato, basato sulla capacità di intervento rapido in ogni angolo del pianeta, ma hanno preferito semplicemente ignorare il problema, lasciandone agli americani l’onere. Beninteso, gli Usa non sono il grande benefattore del mondo, ma appare evidente come gli europei abbiano incassato i lauti dividendi di attività statunitensi di “pacificazione” di vaste aree del globo. Il dispositivo militare europeo è, semplicemente, inesistente, del tutto inadatto a svolgere missioni estere di peace-making, potendo solo compiere limitate operazioni di peace-keeping. Ciò fa spesso dire che gli americani “preparano la tavola”, mentre gli europei “lavano i piatti”.

Che futuro ci aspetta? Il concetto di Occidente sarà ridefinito? Forse no, ma appare del tutto evidente che gli americani non avranno tempo né voglia di tentare di convincere gli europei dell’inesistenza dell’età dell’oro kantiana, e già stanno preparando le armi (politiche ed economiche, ma anche militari e di intelligence) per affrontare il vero, grande competitor del ventunesimo secolo: la Cina. La marginalità geopolitica europea non appare così dannosa per gli Usa. Aver tenuto l’Europa (con l’entusiastico consenso dei diretti interessati) in condizione di inferiorità militare per tutti questi decenni, aver contribuito attivamente a sabotare ogni tentativo di creazione e ridefinizione del dispositivo militare europeo, che peraltro troppo spesso è apparso solo come l’occasione simbolica per permettere ai francesi di affermare la propria supremazia (vera o, più probabilmente, presunta) sul Vecchio Continente, hanno permesso agli Usa di acquisire il controllo di vasti mercati, permettendo anche alle imprese europee di accedervi, in posizione subordinata.

Né appaiono utili le distinzioni, fatte da molti europei, sulle diverse amministrazioni americane. Clinton non era più multilateralista di Bush, come dimostra la mancata sottoposizione al Congresso Usa della ratifica del Protocollo di Kyoto, il rifiuto ad aderire al Tribunale Penale Internazionale e la richiesta successiva di uno status di immunità per i militari americani impegnati in missioni di pace. L’idea di sviluppare una nuova difesa missilistica contro gli Stati-canaglia non è nata all’indomani dell’11 settembre 2001, ma era presente da molti anni nell’agenda di Washington.

Da ultimo, molti politici idealisti europei, come il ministro degli esteri tedesco Fischer, citano la ricostruzione post-bellica dell’Europa come il modello da cui partire per ripudiare la logica di potenza nelle relazioni internazionali. E’ vero che l’Europa può essere arrivata ad interiorizzare profondamente il rifiuto della logica bellicista dopo aver sopportato gli spaventosi costi umani e materiali delle due guerre mondiali, ma nessuno dovrebbe dimenticare che la costruzione europea è stata resa possibile dalla distruzione della Germania ad opera degli alleati, guidati dagli Stati Uniti, e dal suo successivo contenimento, ottenuto sia attraverso la costruzione unitaria europea (ottenuta anche grazie alla lungimiranza di politici tedeschi come Adenauer, Brandt e Kohl) sia, soprattutto, attraverso la presenza militare americana sul continente europeo durante tutta la Guerra Fredda. Ancora una volta, il mondo hobbesiano degli americani ha contribuito a fare da levatrice per costruzioni idealistiche di pace universale. Occorrerebbe riflettere su ciò…

Robert Kagan
Paradiso e potere. America ed Europa nel nuovo ordine mondiale
Mondadori, 2003