Esportare la democrazia?

La guerra in Iraq ha sollevato il dibattito (a dire il vero, lo ha riproposto) circa la possibilità di favorire l’instaurarsi di modelli di organizzazione politica di tipo democratico anche nei paesi islamici, cioè essenzialmente sull’universalità del modello di democrazia liberale.

Molti leader politici e culturali del mondo islamico (con la significativa aggiunta della Cina) ritengono che l’enfasi posta su temi quali i diritti umani, l’eguaglianza tra i sessi, il rispetto delle minoranze etniche e delle diversità di costumi sessuali, rappresentino esclusivamente una nuova forma di imperialismo del mondo occidentale. Il punto cruciale della questione resta quindi se accettare o meno il concetto di centralità dei valori occidentali, o se ritenere gli stessi solo come un “accidente della storia”, ovvero come una contingenza sviluppatasi da circa un secolo, che non può essere considerata definitiva, né applicabile a tutte le civiltà sulla terra (per usare la classificazione di Samuel Huntington, la cristiano-ortodossa, la sinica, la indica, la latino-americana).

Di seguito riproduciamo un articolo di R.Inglehart e P.Norris, comparso sul numero di marzo-aprile di Foreign Policy:

La promozione della democrazia nei paesi islamici è ora uno dei più popolari argomenti di discussione dell’Amministrazione Bush (…). Il Segretario di Stato, Powell, afferma “dobbiamo rigettare la nozione condiscendente che la libertà non possa crescere nel Medio Oriente”, mentre il Consigliere per la sicurezza nazionale, Condoleezza Rice, ha promesso, lo scorso settembre che “Gli Stati Uniti sono impegnati nella marcia per la libertà nel mondo musulmano.”

La controversa tesi del saggio del 1993 di Samuel Huntington – che la divisione culturale tra la “cristianità occidentale” da un lato e la “cristianità ortodossa e l’Islam” dall’altra è la nuova linea di faglia per il conflitto- risuona più alta che mai dopo l’11 settembre (…)

La risposta di Huntington (sul perché la democrazia non riesca ad attecchire nei paesi arabi) sarebbe che il mondo musulmano manca dei valori politici centrali che hanno dato origine alla democrazia rappresentativa nei paesi di civiltà occidentale: separazione di autorità religiosa e secolare, dominio della legge, pluralismo sociale, istituzioni parlamentari di governo rappresentativo, e protezione di diritti individuali e libertà civili come “cuscinetto” tra i cittadini e il potere dello Stato.(…) Secondo le ultime classifiche Freedom House, quasi due terzi dei 192 paesi del mondo sono ora democrazie elettorali. Ma tra i 47 paesi con maggioranza musulmana, solo un quarto sono democrazie elettorali, e nessuna delle società centrali arabiche ricade in questa categoria. (…)

Secondo un sondaggio sul cambiamento politico e socioculturale compiuto nei periodi 1995-96 e 2000-2002 dal World Values Survey (WVS) e che comprende oltre l’80% della popolazione mondiale, lo scontro culturale tra Occidente e Islam non è sui valori politici, bensì sull’eguaglianza di genere e la liberalizzazione sessuale.

Commentando la situazione delle donne nel Medio Oriente, il Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite ha osservato la scorsa estate che “Nessuna società può raggiungere il livello desiderato di benessere e sviluppo umano, o competere in un mondo globalizzato, se metà della propria popolazione resta marginalizzata e priva di potere”.

Per testare le tesi di Huntington, secondo le quali ogni sforzo di promuovere le idee di libertà civili, di genere, separazione di Chiesa e Stato, libero mercato, costituzionalismo, individualismo, diritti umani viene bollato come “imperialismo dei diritti umani”, è stata condotta una survey in 22 paesi rappresentanti la cristianità occidentale, 10 nazioni centro-europee, 11 società a maggioranza musulmana, 12 società tradizionalmente ortodosse (come Russia e Grecia), 11 paesi latino-americani predominantemente cattolici, 4 società est-asiatiche plasmate da valori Sino-Confuciani, 5 paesi dell’Africa Sub-sahariana, più Giappone e India. In tutti i paesi, una chiara maggioranza descrive l'”avere un sistema politico democratico” come una cosa “buona” o “ottima”. Ciò rappresenta un drammatico cambiamento dagli anni Trenta e Quaranta, quando regimi fascisti ottenevano plebisciti in molte società, e per molti decenni, i regimi comunisti ebbero un sostegno diffuso. In Albania, Egitto, Bangladesh, Indonesia, Marocco, Azerbaijan e Turchia, tra il 92 e il 99 per cento dell’opinione pubblica approva il concetto di istituzioni democratiche, mentre gli Stati Uniti si fermano a 89 per cento. Tuttavia, esprimere sostegno sul piano declamatorio non è abbastanza: si pensi al caso della Cina, dove il concetto di libero mercato è incoraggiato e diffuso, o all’Iran, dove i riformisti alle ultime elezioni hanno ottenuto i tre quarti dei seggi, ma l’elite teocratica mantiene salde le redini del potere.

Una solida maggioranza di popolazione vivente in Occidente e nei paesi Musulmani assegna un punteggio elevato alla democrazia come forma più efficiente di governo, con il 68% in disaccordo che “le democrazie non decidono”, e “le democrazie sono incapaci a mantenere l’ordine”. Le società islamiche mostrano un maggiore supporto per le figure di leader religiosi che giocano un ruolo di leadership attiva nella vita pubblica rispetto ai paesi occidentali, ma questa preferenza è comune anche ad altre società meno secolari non islamiche in giro per il mondo, come l’Africa Sub-sahariana e l’America Latina. Tuttavia, quando si testano gli atteggiamenti verso l’uguaglianza di genere e la liberalizzazione sessuale, il gap culturale tra Islam e Occidente raggiunge l’apice. Misurato attraverso il livello di dissenso a domande quali quelle relative al fatto che gli uomini siano migliori leader politici rispetto alle donne, oppure che l’educazione di livello universitario sia adatta e opportuna per i maschi e non per le femmine, i paesi occidentali e quelli islamici totalizzano un punteggio, rispettivamente, di 82 e 55 per cento. E i paesi musulmani sono inequivocabilmente riguardo a omosessualità, aborto e divorzio. In ogni democrazia che sia realmente tale, una vasta maggioranza dell’opinione pubblica dissente dall’affermazione “gli uomini sono migliori leader politici delle donne”. Nessuna delle società dove meno del 30 per cento rigetta questa proposizione (Giordania, Nigeria e Bielorussia) è una vera democrazia. Ci sono poi casi borderline, dove la parità è formalmente assicurata, ma nei fatti le cose vanno diversamente. In Cina, dove Mao definiva le donne “l’altra metà del cielo”, esiste un’ampia discriminazione sui luoghi di lavoro, e le donne che occupano posizioni di responsabilità politica sono pochissime. Discorso analogo per l’India, spesso definita come “la più grande democrazia del mondo”, ma dove persistono forti contraddizioni. Una donna-leader che ha guidato il paese per 15 anni, e la violenza domestica ai danni delle donne e prostituzione forzata. I diritti delle donne sono garantiti dalla costituzione indiana.

Discorso analogo, e più accentuato, riguardo l’accettazione dell’omosessualità. Anche qui, il livello di accettazione appare correlato alla struttura democratica sostanziale del paese

La conclusione degli autori afferma che l’introduzione dell’industrializzazione può essere un elemento di partenza per l’affermazione dei cosiddetti valori di self-expression, con l’aumentata partecipazione femminile alla forza-lavoro e la caduta dei tassi di fertilità, e lo studio cita il caso della Turchia, paese di cultura islamica (sebbene istituzionalmente laico), dove lo sviluppo economico ha aumentato il livello di adesione della popolazione ai valori “occidentali”, non senza contraddizioni anche rilevanti.

Anche nelle democrazie consolidate, il cambiamento negli atteggiamenti culturali – e in ultima istanza negli atteggiamenti verso la democrazia – sembra essere strettamente legato alla modernizzazione.
(Nostra traduzione e adattamento)