Cervelli in fuga

Il presidente Ciampi è diventato ormai, come i suoi predecessori e per ruolo costituzionale e istituzionale, un classico e frusto esempio di “macchina da auspici”: uno di questi è relativo alla lotta contro la “fuga dei cervelli”, altrettanto frusta espressione che indica l’emigrazione di molti dei nostri migliori talenti in tutti i campi, e non solo in quello della ricerca biomedica. Ecco un interessantissimo articolo-commento, largamente condivisibile aldilà degli usuali riflessi pavloviani antiberlusconiani della testata, dell’inviato sulla West Coast di Repubblica, Federico Rampini.

Cervelli in fuga, tornare si può
solo gli italiani restano in Usa
Settanta giovani ricercatori emigrati spiegano al ministro Stanca che cosa li trattiene ancora sulla West Coast

SAN FRANCISCO – Eccome se è possibile, il “ritorno a casa” dei cervelli emigrati all’estero. Ne sa qualcosa la Silicon Valley californiana, il centro mondiale delle tecnologie avanzate, alle prese con un problema nuovo: gli ingegneri indiani, i matematici cinesi che hanno fatto la sua fortuna, stanno davvero tornando a casa. Attirati dal boom delle due potenze emergenti – la Cina con un Pil che cresce dell’8% all’anno, l’India del 7% – migliaia di imprenditori, scienziati e manager di origine asiatica subiscono il fascino di Shanghai e di Bangalore, le Silicon Valley d’oltre-Pacifico. E poi, anche se la capacità di attrazione degli Stati Uniti resta comunque forte, l’11 settembre ha avuto una conseguenza pesante. Le nuove leggi antiterrorismo hanno imposto controlli minuziosi sul rilascio dei visti agli stranieri. La rete dei consolati americani all’estero è ingolfata dalle procedure di sicurezza. Il rilascio dei famosi H1-B – i permessi di lavoro su chiamata nominativa concessi su richiesta dell’industria per consentirle di reclutare tecnici e ricercatori dal resto del mondo – ora procede col contagocce. Lo stesso per docenti e studenti.

E’ un problema serio per l’America, visto che il 40% dei suoi scienziati di elettronica sono stranieri, un terzo dei premi Nobel che fanno ricerca nelle sue università hanno passaporto estero, e nella Silicon Valley il 30% delle imprese tecnologiche sono state fondate da immigrati asiatici.

E’ un problema per l’America, dovrebbe trasformarsi in un’opportunità per noi. La lentezza nel concedere visti per motivi di studio potrebbe arginare la fuga dei cervelli italiani. Purtroppo non è così. In Cina e in India il flusso non è più a senso unico, alcuni talenti scientifici cominciano anche a ritornare a casa, in Italia invece la direzione di marcia è una sola: continuano a scappare. Come il celebre professor Ignazio Marino che ha abbandonato il centro trapianti Ismett di Palermo, afflitto da troppi problemi burocratici e di finanziamento, ed è tornato negli Stati Uniti.

Perché l’Italia non riesce a creare un flusso di ritorni – anche solo parziale – lo spiegano in una lettera aperta settanta giovani ricercatori italiani che lavorano qui per la Microsoft di Redmond-Seattle. Questi settanta sono “stati cercati”. Li ha reclutati uno per uno la Microsoft, se li è andati a selezionare tra l’élite dei migliori laureati delle nostre università. In visita al quartier generale di Bill Gates (che si chiama campus, come un college universitario), il ministro italiano dell’Innovazione Lucio Stanca se li è trovati tutti davanti, quei settanta giovani connazionali. Gli hanno messo nero su bianco i motivi per cui se ne sono andati.

Eccone uno: perché la Microsoft da sola “investe 6 miliardi di dollari in ricerca ogni anno”, cioè il 60% di quel che spende (male) l’Italia intera, lo Stato più le università più tutte le nostre imprese messe assieme. Quindi la soddisfazione di lavorare per creare “innovazioni che hanno un impatto su un enorme numero di utenti”. E poi il vantaggio di “un ambiente di lavoro multi-culturale, dove l’interazione con persone provenienti da culture differenti obbliga a ragionare in termini globali e costituisce territorio fertile per la creazione di nuove idee”.

“Alcuni di loro tornerebbero anche volentieri in Italia – ha ammesso Stanca – ma dove? A fare che cosa?” Grande industria tecnologica non ne abbiamo più.
I settori tradizionali del made in Italy sono avari di investimenti in ricerca. In quanto all’università, assomiglia sempre di più a un buco nero, che inghiotte e distrugge ogni speranza di richiamo dei cervelli italiani fuggiti all’estero. Nonostante gli omaggi retorici del governo Berlusconi al modello americano, la sua politica di lesina dei finanziamenti e blocco delle assunzioni è quanto di più lontano dal vigoroso dinamismo delle facoltà americane. L’Italia sta producendo una università di vecchi, dove per il mancato ricambio generazione l’età media dei docenti sfiora ormai i 60 anni.

E chi mai dovrebbe abbandonare i centri di ricerca della Microsoft, i laboratori di Berkeley o Stanford o del Mit per rientrare in una università presidiata da cariatidi avvinghiate alle loro poltrone? In quanto agli investimenti del sistema paese per la ricerca, con l’1,07% del Pil l’Italia è molto staccata dall’Europa (dove la media è 1,9%), essa stessa in grave ritardo sugli Stati Uniti che dedicano alla scienza il 2,8% del loro reddito nazionale.

Il privato è colpevole quanto il pubblico, il capitalismo modello “Viale dell’Astronomia” (sede della Confindustria) è il più arretrato e miope di tutta l’area del G7. Le imprese italiane non credono alla ricerca, il loro contributo è appena il 43% dell’investimento nazionale – già basso – contro il 56% nell’Ue e il 66% negli Usa. I nostri settanta giovani alla Microsoft nella loro lettera aperta invocano “maggiore integrazione tra università e mondo del lavoro”. Se questo rapporto da noi non funziona, le responsabilità sono equamente ripartite. Stanca ricorda che perfino alla Bocconi – che si vorrebbe la più cosmopolita delle università italiane – solo l’1% dei finanziamenti viene dall’industria, contro il 30% di fondi privati che affluiscono alla sua concorrente francese, l’Insead di Paris-Fontainebleau.

E’ sconcertante che una nazione di antica industrializzazione perda colpi anche in questo campo rispetto a Cina e India. Loro già riescono a far tornare una parte dei loro cervelli che hanno studiato in America, l’Italia al contrario vede aggravarsi la sua patologia: l’emigrazione dei talenti è quadruplicata negli ultimi dieci anni, si è passati dall’1% al 4% dei laureati (possono sembrare pochi, ma non lo sono perché è l’élite, il vertice della piramide che sparisce all’estero).

Con la Spagna, siamo l’unico paese europeo ad avere più partenze che arrivi di stranieri. E i nostri trovano un ambiente talmente più ricco di opportunità oltre il confine, che se ne vanno davvero per sempre. La prova: il Censis ha calcolato che il 76% di tutti i cervelli italiani emigrati vive all’estero da più di dieci anni. Le cause dell’esodo? Al primo posto la burocrazia della ricerca, poi la mancanza di laboratori adeguati, gli stipendi troppo bassi. Tutti mali che difficilmente saranno curati con iniziative d’immagine come la creazione dell’Iit, prima ancora di nascere battezzato pomposamente “il Mit italiano”. Senza sapere, forse, che il miliardo di euro di stanziamento previsto dal governo italiano per questa superfacoltà, è la ventesima parte del fondo di dotazione di una grande università come Harvard o Stanford.

Scimmiottare l’America nelle sigle, fare il contrario dell’America nella sostanza: sembra la regola italiana. Prima di Stanca, decine di delegazioni governative sono venute in pellegrinaggio a studiare il “miracolo” della Silicon Valley. Incontrano Federico Faggin, padre dei microprocessori Intel; i top manager della Cisco Mario Mazzola e della Logitech Guerrino De Luca; i venture capitalist Enzo Torresi, Pierluigi Zappacosta, Giacomo Marini, Gianluca Rattazzi; il pioniere della biogenetica Cavalli Sforza, il co-fondatore della Genentech Roberto Crea. Non uno di questi talenti è stato mai convinto a fare i bagagli e tornare in Italia.

I problemi strutturali del nostro paese sono conosciuti: l’assenza di un vero sistema-paese, il peso eccessivo del capitalismo da debito, che a sua volta ha provocato la patologia della presenza della politica nell’imprenditoria privata. Vedasi il caso delle banche, con la sopravvivenza di vecchi schemi di padrinaggio e consorterie ultra-localistiche, sotto l’ideologia ipocrita della tradizione e del radicamento territoriale. La “adverse selection” delle capacità professionali che ciò implica, gli ampi e persistenti baronaggi accademici, l’assenza di vero senso dello stato a pressoché tutti i livelli della società italiana (fate un giro in Veneto, non solo nel Mezzogiorno, ma forse lì è autodifesa…). Una classe imprenditoriale miope e ottusa, molto bene incarnata dal proprio attuale massimo rappresentante. Come è possibile pensare che sia possibile invertire questa tendenza senza interventi “strutturali” nella coscienza del paese, presidente Ciampi? Le giaculatorie non servono a nulla, l’interventismo, anche spinto, sì. La nostra Costituzione ha in sé delle risorse insospettate ed insospettabili, che permettono al presidente un ruolo di indirizzo, non solo morale ma anche “operativo”, dell’agenda politica, con buona pace di quanti si ostinano a vedere nel ruolo presidenziale quello di un grigio notaio, le usi per favore, almeno in questo ambito…

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