Indro Montanelli, storia di un altro italiano

Sul Risorgimento, lo Stato e il federalismo – “La Repubblica (…) si presentava come depositaria dei valori della Resistenza, un mito ancora più falso di quello del Risorgimento. Che non era stata affatto, come pretendeva di essere, la lotta di un popolo in armi contro l’invasore, bensì una lotta fratricida tra i residuati fascisti della Repubblica di Salò e le forze partigiane, di cui l’80 per cento si batteva (quasi mai contro i tedeschi) sotto le bandiere di un partito a sua volta al servizio di una potenza straniera.” (…) “Il Risorgimento come epopea dello spirito unitario e patriottico è un falso storico. Il Risorgimento fu un fatto elitario, passato sopra le teste del popolo che se lo ritrovò scodellato insieme all’unità del Paese. L’Italia, insomma, nacque da una montagna di patacche su cui campiamo da oltre 150 anni a prezzo, si capisce, d’altre patacche, come quella di uno stato centralistico garantito solo dalla sua inefficienza. Lo Stato italiano è prepotente, vessatorio, talvolta anche persecutorio. Ma non perché sia forte, anzi proprio perché è debole. Il federalismo ha bisogno invece di un radicato sentimento d’identità nazionale che faccia da diga alle spinte centrifughe che il federalismo stesso scatena. E se l’Italia ne infila la china, non ha in mano i freni per poter regolare la corsa, e si sfascia.”

Sul sistema cultural-propagandistico togliattiano – “I metodi dei comunisti erano quelli della scuola delle Frattocchie, che stava a metà tra il convento medievale e la caserma prussiana. Per prima cosa, dunque, si impadronirono degli archivi della polizia segreta, del Ministero dell’Interno e del Minculpop. Comincio così il grande ricatto al quale tutti, o quasi tutti, gli intellettuali italiani si piegarono perché tutti, o quasi tutti, compromessi col regime: che peraltro, in cambio di titoli e prebende, richiedeva al massimo qualche omaggio formale, e talvolta nemmeno quello. (…) quanto ai renitenti, adottò due tattiche: o l’accusa di fascismo, oppure il silenzio su tutto quello che dicevano o facevano. Il caso forse più clamoroso fu l’ostracismo dato a Giovannino Guareschi, il cui “Candido” costituì, assieme al “Borghese”, una delle pochissime voci controcorrente di quegli anni. Il suo Don Camillo è certamente l’opera più significativa dell’immediato dopoguerra. Il pubblico lo comperava a decine di migliaia di copie, lo traducevano persino in giapponese, ma per la nostra critica letteraria non esisteva.”

Sul cinema e il teatro – (…) “Il teatro è lo specchio di una società, e una società italiana non esiste. E difatti i personaggi del nostro – e giustamente – più acclamato drammaturgo, Pirandello, sono frutto di astrazioni prive di qualunque carattere nazionale.” (…) “Quanto a Rossellini, nessuno poteva dare un’immagine più realistica ed eloquente dell’Italia del dopoguerra con le sue macerie, il disordine, la cialtroneria, meglio di lui: un genio dell’improvvisazione per il quale tutto questo rappresentava l’habitat ideale. Nessun popolo sa diguazzare tra le rovine e il caos meglio di noi italiani, capaci di costruire con le scatole di sardine un carro armato, destinato però ad essere stritolato dai carri armati veri, quando gli altri si mettono a produrne. Questo fu il neorealismo: la semplice riproduzione di un’Italia miserabile e confusa, palestra degli egoismi più sfrenati e delle patacche più sfacciate, della lacrima facile e del calcolo più cinico, che però un pregio l’aveva: la genuinità:”

Sulla scuola e il sistema educativo – “La Dc ha sempre riservato a sé la gestione della scuola non perché l’amava, ma perché l’odiava. Per i democristiani la scuola da favorire non era quella pubblica, ma l’oratorio, dal quale essi stessi uscivano. Questo Paese è quello che è – ignorante, superficiale, capace di qualche effimero furore, ma non di veri e propri sentimenti e risentimenti morali – perché così l’ha fatto la scuola, ed è la politica che ha fatto la scuola così”. (…) “Purtroppo gli studenti [nel 1968, ndr.] non avevano a cuore le riforme efficientistiche dell’università, ma la demagogia e l’opportunismo. La maggior parte di coloro che si scagliavano contro i baroni aspiravano soltanto a diventare baroncini, e infatti lo divennero. Soprattutto erano inaccettabili i metodi di quella protesta, che erano le spranghe, l’intolleranza, la sopraffazione. Il movimento studentesco era una dittatura. ” (…) “I figli dei miliardari che si sgolavano alle manifestazioni, le lauree andavano a prendersele ad Oxford ed Harvard, mentre chi non poteva permetterselo restava con un pezzo di carta che non valeva più niente.”

Sul conformismo giornalistico – (…) “A saltar fuori era sempre il vecchio vizio degli italiani. In Italia il giornalista non si sente espressione dell’opinione pubblica, ma portavoce della sua fazione. Attacca gli avversari in nome della confraternita di cui fa parte, ma non dirà mai una parola contro la sua confraternita. Il guaio è che un giornalista così conformista non aiuta a formare un’opinione pubblica. E il formarsi di un’opinione pubblica è la condizione fondamentale del funzionamento di una democrazia.”

Su magistratura e politica – ” (..) Da tempo la magistratura non è più una categoria: è una legione straniera al soldo dei partiti. Non solo ha ratificato la propria divisione in correnti schierate sotto le bandiere di questi, ma l’ha addirittura consacrata nel suo organo di autogoverno, il Consiglio Superiore della Magistratura che, istituito per sbarrare il passo alle interferenze del potere politico, ha accolto nel suo seno i cosiddetti “laici” , cioè dei non magistrati che proprio dal potere politico sono designati. Il focolaio dell’infezione è lì, ed è da lì che doveva essere posto, e non è stato, un freno alla tracimazione della giustizia nello spazio lasciato vuoto da una politica senza più contenuti.”

Sul capitalismo all’italiana – “Come imprenditore [Gianni Agnelli] è stato il classico capitalista all’italiana, che ha saputo servirsi magistralmente della cosa pubblica per difendere i suoi interessi. Il vecchio Agnelli aveva avuto bisogno dell’autarchia; suo nipote ha sfruttato a meraviglia la cassa integrazione e tutti gli altri marchingegni offertigli dalla politica degli ammortizzatori sociali. E’ il vecchio vizio del capitalismo italiano, nato male, come ho detto, perché in parto praticamente contemporaneo col socialismo. Non c’é imprenditore nel nostro paese che non si dichiari liberista, purché con il conforto dei pannicelli caldi dello Stato. Agnelli di suo ha saputo imprimere a questa attitudine una qualità di stile personale non comune”.

Chi sono e dove vanno gli italiani? – ” (…) Purtroppo, aveva ragione Prezzolini quando sosteneva che gli italiani sono allergici al liberalismo e a tutti quei valori che costituiscono il patrimonio morale di un popolo e il fondamento del suo civismo. In certi paesi, come l’Inghilterra, l’avvento delle masse sulla scena politica è avvenuto dopo che avevano assorbito lo spirito delle elites liberali e ne avevano fatto sangue del loro sangue. In Italia, come ho già detto, non è andata così. Di qui la mancanza di anticorpi all’infezione dei totalitarismi, che sono l’autentica vocazione degli italiani. I quali, non appena sentono odor di padrone, accorrono in suo soccorso e persino quando fanno le rivoluzioni tentano di farle in accordo con lui, oppure nel nome d’un altro di più sicuro affidamento. Di italiani allergici al padrone ho conosciuto solo i vecchi anarchici, che infatti più che alle galere fornivano clienti ai manicomi.”

Indro Montanelli con Tiziana Abate,
Soltanto un giornalista
Rizzoli – SuperBur Saggi, 2003