Consorterie

Anche quest’anno si è ripetuto il logoro rituale nazional-popolare della cerimonia di apertura dell’anno giudiziario, con relazioni ponderose e allarmate dei procuratori generali, e proteste fatte di ipocriti simbolismi, come la toga nera indossata in segno di “lutto” e l’ostentazione di quella coperta di Linus che per molti giudici è diventata la Costituzione. Resta un unico punto fermo: la pervicace resistenza della corporazione giudiziaria a qualsivoglia ipotesi di riforma. Ricordate le estenuanti discussioni, ai tempi della Bicamerale di dalemiana memoria, sulla “bozza Boato”, un progetto di riforma certo non suscettibile di essere etichettato come berlusconiano? L’argomentazione più articolata che la magistratura, o la parte più conservatrice di essa, riesce ad esprimere è l’abituale niet ad ogni e qualsiasi ipotesi di riforma, anche le più impalpabili ed amichevoli, come quelle degli anni del governo dell’Ulivo, quando il guardasigilli era Giovanni Maria Flick. Ricordate i leggendari anni dell’Ulivo, quelli in cui tutto il paese funzionava come le ferrovie svizzere, non esisteva disoccupazione e le famiglie italiane, prima di cadere nella prostrazione economica di cui oggi abbiamo quotidianamente vivide descrizioni dickensiane sulla “libera stampa” dell’ingegner De Benedetti, vivevano in una condizione atarassica alla Mulino Bianco, in cui la mafia era stata definitivamente sconfitta, ed i moderati del paese erano tenuti a bada dal nuovissimo articolo del codice di procedura penale inventato dalla fervida mente di Giancarlo Caselli, il “concorso esterno” in associazione mafiosa; gli anni, tra l’altro, in cui Calisto Tanzi iniziava ad inventarsi attivi patrimoniali e flussi di cassa inesistenti; ebbene, anche in quegli anni felici la durata media dei processi e delle cause civili era incompatibile, per durata, con i requisiti minimi di uno stato di diritto, ma non c’era traccia di sdegnate proteste. Anzi, i magistrati, proprio in quegli anni, riuscirono a far passare la più importante delle riforme: la progressione delle proprie retribuzioni. Per il resto, il processo con impianto accusatorio non riesce ad affermarsi compiutamente, malgrado fosse stato esplicitamente previsto dalla riforma del codice di procedura penale del 1988, l’accusa conserva un sostanziale prepotere sulla difesa, anche a causa della assurda commistione tra magistratura giudicante e requirente, che allontana il nostro paese dalla caratteristica triade che rappresenta l’essenza del processo accusatorio. L’introduzione, da parte dell’attuale governo, di elementi di maggiore “garantismo” nel processo, siano essi ispirati o meno alla difesa di interessi particolari e contingenti dell’attuale primo ministro, e comunque dettati dall’esigenza di riequilibrare il rapporto tra accusa e difesa, si è finora scontrata con le inerzie del sistema, inerzie alle quali parte dei giudici, per esprimere il proprio “dissenso”, contribuisce attivamente, provocando un’ulteriore decadimento della performance del sistema giudiziario. Il Consiglio Superiore della Magistratura, che fino a qualche anno fa era di fatto la cassa di compensazione dei rapporti tra politica e magistratura, è ormai divenuto un organismo sindacale preposto alla strenua difesa della corporazione da “ingerenze” esterne, un carrozzone autoassolutorio e delegittimato. Ancora una volta, si conferma il tratto più autentico di questo paese: la sua non riformabilità, e la perpetuazione di circoli viziosi che stanno ormai attivamente contribuendo al declino complessivo del sistema-paese.

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