Liberalismi

Il commissario europeo al mercato interno Charlie McCreevy ha inviato una lettera al governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio chiedendo “chiarimenti” sulla posizione dell’istituto riguardo alle regole del mercato interno. Notizia piuttosto interessante, destinata a mettere alla prova il più volte rivendicato liberalismo del governo Berlusconi. Le banche straniere si stanno lamentando della chiusura del sistema bancario italiano all’investimento diretto estero, soprattutto di provenienza comunitaria. Il recente “accordo” tra Berlusconi e Fazio, di cui la stampa ha dato ampio conto e che non è stato smentito, prevede che le banche estere possano entrare nel capitale di quelle italiane fino al massimo del 15 per cento. Decisione invero bizzarra, se si considera che l’Italia resta soggetta alle regole della concorrenza stabilite in sede comunitaria. Aspettiamo la risposta di Fazio, ma alcune considerazioni s’impongono. Tutti siamo a conoscenza dello stato catatonico delle banche italiane, che tuttora rappresentano l’antitesi della libera concorrenza. Certo, il costo dei servizi offerti non è più determinato attraverso il famigerato “cartello”, ma a nostro giudizio ciò avviene solamente perché la moltiplicazione di servizi inutili (nota pratica del marketing alla Vanna Marchi…) rende difficile individuare delle classi omogenee di prestazioni. Per il resto, le dimensioni delle banche italiane restano molto contenute su scala europea, la politica del credito viene ancora prevalentemente gestita attraverso motivazioni che poco o nulla hanno a che vedere con l’analisi del merito di credito, la redditività viene “aggiustata” a colpi di manovre sulle commissioni (una delle principali fonti d’inflazione in questo paese), non esiste di fatto la possibilità/capacità per le banche italiane di espandersi all’estero, con la sola parziale eccezione di Unicredito, che appare la banca italiana a maggiore vocazione internazionale, anche se finora limitata al sia pur promettente Est europeo. Soprattutto, esiste una condizione di drammatico conflitto d’interessi che ha fatto seguito all’apertura del capitale bancario alle imprese. Come definire diversamente il fatto che il vicepresidente di una banca italiana, già condannato a titolo definitivo per insider trading, ma nel cui consiglio d’amministrazione siede perché ha patteggiato la pena, riconoscendosi colpevole (!!), ha ottenuto un finanziamento di 100 milioni di euro per partecipare all’aumento di capitale di una società partecipata dal proprio gruppo? Per il resto, business as usual: convegni in cui i banchieri ci spiegano come vincere la sfida della competitività, la Banca d’Italia pervicacemente contraria a perdere le proprie attribuzioni di antitrust congiunte a quelle di controllo della stabilità del sistema bancario italiano (lieve contraddizione, ma fa nulla…), dove il governatore decide ex cathedra (senza dover fornire motivazioni a chicchessia, e meglio così, perché spesso tali motivazioni non sarebbero di natura economica…) sulla validità o meno delle eventuali aggregazioni tra istituti, e più non dimandare.

Lo stessa caratteristica del mandato a vita del governatore (altra singolare analogia con il pontificato…), intesa in altri tempi come baluardo contro l’ingerenza e la voracità partitica, appare ora come un retaggio medievale finalizzato a preservare situazioni di potere interno al mondo finanziario (e politico) italiano. Un governo che si definisca autenticamente liberale non può non intervenire su questi temi, così come su quelli relativi alla riforma delle libere professioni, per tutelare la concorrenza ed i consumatori prima ancora delle solite avvilenti zuffe partitiche. Attendiamo fiduciosi, anche se sempre disincantati…

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