Sfide

Come anche Monsieur De Lapalisse potrebbe confermare, l’Unione ha inequivocabilmente vinto le elezioni regionali, sia per numero di regioni che, soprattutto, in termini di numero di voti espressi. Proviamo ad elaborare alcuni pensieri in ordine sparso.
In primo luogo, a nostro avviso, occorre rallegrarsi perché il principio cardine della democrazia, quello dell’alternanza, si è potuto confermare anche in questo anno 2005 in cui, secondo il principale messaggio mediatico ulivista, il presunto attacco senza precedenti della maggioranza e del premier ai canali di comunicazione avrebbe dovuto seriamente compromettere l'”agibilità democratica” di questo paese. Evidentemente, l’elettorato è sempre un po’ meno ottuso di come lo immaginano e dipingono i suoi eletti.
Si è trattato di una consultazione a valenza politica nazionale? Certamente si, ed è piuttosto infantile affermare il contrario. Come accade ormai da tempo anche nel resto d’Europa, la perdurante crisi economica del continente sta portando a premiare le opposizioni, di qualunque orientamento politico esse siano, basti per tutti l’esempio dell’agonia politica infinita del governo rossoverde tedesco di Gerhard Schroeder, che ha perso tutte le dieci elezioni regionali che si sono tenute dalla vittoria alle politiche del 2002.
Quindi, l’orientamento degli elettori italiani è stato piuttosto omogeneo a quello di popoli politicamente meno passionali, più centristi e “borghesi” (da “paese normale” di dalemiana memoria, insomma), pur in una campagna elettorale dove il frastuono dell’ideologizzazione e delegittimazione del nemico hanno spazzato via una qualsivoglia ombra di programma. Vorremmo solo ricordare, sempre sul filo dei pensieri in ordine sparso, l’assurdo espediente “cromatico” utilizzato dal candidato unionista lombardo, Riccardo Sarfatti, che ha tentato d’inscenare una grottesca recita in salsa ucraina. Per par condicio degli sciocchezzai, citiamo le dichiarazioni (del tutto prive di senso del ridicolo) di esponenti del centrodestra (La Loggia e Bobo Craxi), secondo i quali il proprio schieramento politico sarebbe stato penalizzato dall'”onda emotiva” causata dalla morte del papa. Mah.
Gli italiani hanno votato col portafoglio, dunque. Che faranno i due schieramenti durante la campagna elettorale lunga un anno che inizia domani e che ci porterà alle politiche del 2006? Il centrodestra, a nostro umilissimo avviso, dovrebbe cercare di accrescere la propria “produttività legislativa” visto che, ormai da anni, l’elaborazione politica della maggioranza è lenta, macchinosa, involuta, basti per tutti l’esempio del pacchetto-competitività, un autentico ectoplasma, la classica montagna che partorisce addirittura qualcosa meno del non meno classico topolino. Berlusconi dovrebbe prendere consapevolezza del fatto che questo paese ha una inerzia istituzionale e politica che rende ogni tentativo di introdurre innovazioni di vasta portata uno sforzo inane. Se a ciò si aggiunge che la coalizione resta piuttosto disomogenea, per bacini elettorali e referenti socioeconomici, la conclusione è scontata e la prognosi è infausta. Basti ricordare l’angosciato teatrino messo in scena la scorsa settimana da esponenti di Udc e An, che chiedevano a gran voce di chiudere il contratto del pubblico impiego (importante bacino elettorale dei due partiti) prima del redde rationem elettorale. Possiamo anche capirli: come chiedere ai tacchini di anticipare il Giorno del Ringraziamento? Se la Casa delle Libertà ricomincerà una verifica lunga un anno, ammesso e non concesso di aver concluso la precedente, non avrà possibilità alcuna di vincere le politiche 2006 soprattutto considerando che, da oggi, per il noto “effetto aureola” o bandwagoning, lo schieramento favorito è quello unionista. Il vero riformismo (perché non dovrebbe esistere solo un riformismo “da sinistra”) è quello capace di disarticolare ed intaccare gli interessi corporativi e particolaristici che sono alla base del declino di questo paese, e che troppo spesso vengono gabellati per interessi generali. E qui il pensiero corre alla coalizione di centrosinistra. Che non ha un programma vero, che non sia l’ossessione antiberlusconiana, mlagrado le varie Fabbriche di Aria Fritta allestite in questi ultimi mesi. Che sarà sempre più vincolata e ingessata dalla vittoria di Vendola in Puglia a quella Rifondazione comunista, ed in realtà a larga parte della propria coalizione, che ha nel proprio codice genetico il neo-pauperismo della redistribuzione di una torta sempre più piccola, e che ci ha mostrato proprio con Vendola in campagna elettorale il volto peggiore del populismo e della demagogia progressista. Se vincerà le elezioni del prossimo anno, l’Unione dovrà affrontare il nodo di una crisi strutturale ed epocale dell’economia italiana, il definitivo venir meno di un modello di sviluppo che durava dal dopoguerra. Come rilanciare crescita e reddito e contrastare gli sforamenti di bilancio provocati da un gettito fiscale in sofferenza per assenza di crescita e NON, come invece afferma moralisticamente la sinistra, per un presunto trionfo dell’evasione fiscale? Per la sinistra dell’Unione, nessun dubbio: alzare le tasse, andare in controtendenza rispetto al resto dell’Europa (e del pianeta), e provocare danni d’impatto difficilmente calcolabile. E come gestire il problema dei settori economici declinanti a causa della specializzazione internazionale? Prendiamo decisioni dolorose ma inevitabili oppure irizziamo la prima Fiat che ci troviamo a portata di mano?
Tacciamo deliberatamente della politica estera dell’Unione. In primo luogo perché non esiste (do you rememeber Kosovo 1999?) oppure, ove si manifesti, appare improntata alla strenua difesa dello status quo di dittature regionali, che vengono talvolta vendute come modelli di progresso sociale (i leggendari ospedali cubani), purché abbiano le stimmate dell’antiamericanismo doc, unica vera fonte di legittimazione etica del radicalismo antagonista.
Buona campagna elettorale a tutti.