Governi

Tony Blair ha chiesto alla Regina di sciogliere il parlamento britannico ed ha ottenuto la convocazione delle elezioni politiche generali per il 5 maggio. Una prima constatazione: in un paese di lunghissima tradizione democratica, quale è il Regno Unito, il primo ministro “manda a casa” il parlamento. In Italia, la sola idea di questa eventualità, inserita in una riforma costituzionale, fa gridare al golpe, ed invocare le “specificità” culturali italiane.
Ad oggi, secondo gli ultimi sondaggi, il Labour risulterebbe in vantaggio sui Conservatori per soli 3 punti percentuali (37 per cento contro 34 per cento, con i Liberaldemocratici buoni terzi al 21 per cento), margine in apparente, costante erosione, e statisticamente molto dubbio, potendo anche occultare una sostanziale parità.
Quali sono i motivi della scelta di Blair, e quali sono i rischi che egli corre?
Riguardo la scelta del timing, abbiamo il sospetto che essa sia stata dettata dal tentativo di sfruttare una congiuntura economica che, per quanto ancora molto positiva, soprattutto se raffrontata con quella dell’Area Euro, sta mostrando evidenti segni di deterioramento.Prima, i confronti impietosi: il prodotto interno lordo britannico è cresciuto nel 2004 del 2.9 per cento, quello dell’Area Euro dell’1.6 per cento. La disoccupazione britannica è al 2.6 per cento, contro l’8.9 per cento. L’indice dei prezzi al consumo è all’1.6 per cento tendenziale annuo, contro il 2.1 per cento. Le vendite al dettaglio britanniche sono cresciute in febbraio, su base tendenziale annua, del 3.6 per cento, contro l’1 per cento dell’Area Euro.
Ma anche per il Regno Unito vi sono segnali di rallentamento congiunturale: la produzione manifatturiera, che rappresenta circa il 17 per cento del prodotto interno lordo britannico, è scesa in febbraio dello 0.5 per cento mensile, e da almeno un trimestre si trova in condizioni pre-recessive, e dalla fine della scorsa estate ha iniziato a distruggere occupazione. Il settore dei servizi cresce ancora in maniera piuttosto robusta, ma il progressivo raffreddamento del mercato immobiliare sta iniziando ad incidere negativamente sulla domanda di consumi privati, come previsto dalla Bank of England, in un contesto in cui le vendite al dettaglio restano molto sensibili alle dinamiche di prezzo, e che hanno finora beneficiato di una deflazione di fatto (cioè di prezzi in diminuzione assoluta) nel settore della grande distribuzione organizzata. L’indebolimento della congiuntura britannica è anche determinato dalla forte debolezza di un importante partner commerciale quale è Eurolandia, e dal recente apprezzamento della sterlina nei confronti del dollaro.
Quali i rischi per Blair? Come sempre, chi sta al governo, anche in una congiuntura economica favorevole, tende a scontare una certa disaffezione da parte dei propri elettori. Nel caso specifico, appare probabile una certa difficoltà del Labour nei collegi elettorali caratterizzati da un elevato numero di giovani e/o di elettori di fede musulmana, a causa della guerra in Iraq. Vi saranno poi collegi nei quali gli elettori laburisti, di fronte alle scarse possibilità di vittoria, potrebbero votare per candidati liberaldemocratici, per maggiore affinità elettorale, mentre non è detto che accada l’inverso. Ma il vero punto centrale dell’esito elettorale risiede nella percentuale di votanti che si registrerà. Dopo il 59 per cento del 2001, vi sono evidenze di un afflusso ancora minore quest’anno, e questa rappresenta la vera caratteristica partisan di un’elezione. Gli elettori delusi, come noto, votano anche attraverso l’astensionismo: ciò è stato alla base delle sconfitte dei Tories nelle ultime legislature. Da recenti sondaggi, risulta che solo il 57-64 per cento degli elettori laburisti è certo di andare a votare, contro il 77 per cento dei conservatori. E’ questa la chiave di volta per decidere le elezioni in un paese occidentale, con dinamiche elettorali “centriste”, cioè in cui si confrontano due (o tre) schieramenti con programmi non troppo dissimili. Il partito di governo deve quindi impegnarsi per portare alle urne i propri elettori, più che per acquisire quote di indecisi. In Italia, a nostro giudizio, manca il requisito del “centrismo” dei programmi di coalizioni alternative. O meglio, potrebbe esserci, se una delle due coalizioni non fosse minata dalle fondamenta da un terzomondismo d’accatto e da un antagonismo sociale che non hanno eguali nel mondo occidentale. Questa coalizione appare in deciso vantaggio sull’attuale maggioranza soprattutto a causa degli errori compiuti da quest’ultima, sia sul piano dell’effettiva attuazione del programma che su quello della comunicazione. Su quest’ultimo punto, malgrado possa sembrare incredibile, si è riproposta la dicotomia tra un premier che controlla i contenitori ed un’opposizione che controlla i contenuti. Sarebbe interessante valutare, per via demoscopica, quanto hanno inciso sulla fiducia e propensione al consumo degli italiani i continui riferimenti di larga parte della stampa, sia per evidente dolo ideologico che per abituale compulsione sensazionalista, al presunto impoverimento senza precedenti del paese, e non si tratta di sottigliezze, perché la reiterazione di messaggi negativi tende ad amplificare eventuali situazioni di difficoltà, che nessuno nega.

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