di Vitalba Azzollini

I politici pro tempore al potere possono fare sostanzialmente ciò che vogliono, nel rispetto dei paletti dell’ordinamento, com’è ovvio. Quindi, può anche capitare che decidano di sovvertire l’orientamento espresso da chi li ha preceduti, annullandone le decisioni, perché in disaccordo con le idee che ne erano alla base. Se, invece, accade che le forze al potere facciano retromarcia rispetto a quanto da esse stesse affermato solo poche settimane prima, e senza che nel frattempo siano mutati elementi del contesto, allora la questione diventa più imbarazzante. Ancor più imbarazzante è, poi, il cambio di indirizzo giustificato da motivazioni prive di concreto fondamento. Non sembra, invece, provare alcun imbarazzo nessuno degli attori dell’attuale legislatura, dopo che il governo italiano ha annunciato che non firmerà il Global Compact for Migration (GCM) l’accordo in tema di migrazioni elaborato in sede Onu.

Su AsiaNews un interessante e condivisibile articolo sulla tendenza, ormai assurta a riflesso condizionato, ad attribuire la colpa della mancata autosufficienza alimentare di alcune aree del pianeta alla “dottrina del mercato” elaborata dal ricco Occidente. Abituale vessillifero di questa critica è l’avvocato svizzero Jean Ziegler, che nel corso degli anni è riuscito a ritagliarsi una comoda nicchia di mercato quale censore del medesimo e delle sue imperfezioni. Oggi Ziegler, esperto per il Consiglio dei diritti umani ed ex relatore per il diritto all’alimentazione, reitera il suo mantra:

(…) l’errore fondamentale sarebbe da ricercare nelle disposizioni del Fondo monetario internazionale che ha costretto a sacrificare l’agricoltura di sussistenza alla produzione per il mercato.

Una specie di “piccolo mondo antico”, insomma. Una visione bucolica e agreste di un metodo di produzione autarchico che poco o nulla ha fatto per combattere la fame nel mondo, con la sua fragilità e precarietà strutturale.

Ieri Romano Prodi si è issato sul palco dell’Assemblea Generale dell’Onu, per l’apertura dei lavori della nuova sessione annuale. Cosa sia questa istituzione, è abbastanza risaputo: di solito, un bello sfogatoio di terzomondismo ed antiamericanismo di maniera, oltre alla tribuna retorica più prestigiosa del pianeta. E così, Prodi ha appassionatamente perorato la causa della moratoria della pena di morte. Un evento che i media italiani hanno vissuto come epocale e grondante pathos, quasi più della finale dei mondiali di calcio, il che è tutto dire, per i nostri standard nazional-popolari.

Le conclusioni del rapporto Onu sull’assassinio dell’ex premier libanese Hariri, avvenuto lo scorso 14 febbraio, appaiono indicare un’elevata probabilità di coinvolgimento dei servizi segreti siriani e libanesi, pur suggerendo la prosecuzione delle indagini, che dovrebbero essere auspicabilmente affidate alle autorità libanesi. Quest’ultime, secondo la relazione del tedesco Detlev Mehlis, sembrano in grado di condurre l’inchiesta in modo “efficace e professionale”, anche se il rapporto caldeggia l’istituzione di una piattaforma di assistenza e collaborazione tra comunità internazionale ed autorità di Beirut, per rafforzare la self-confidence del popolo libanese nei confronti della costruzione del proprio sistema di sicurezza. Abbiamo volutamente utilizzato una terminologia asettica e non ultimativa proprio per rispetto del processo di accertamento della verità. Si tratti o meno di garantismo, riteniamo che il modo migliore per giungere a conclusioni realmente probanti consista nel procedere con grande cautela e rigore.

Quando si discetta amabilmente di produttività del settore pubblico, magari legando ad essa incrementi retributivi, come nel più classico specchietto per le allodole dell’elettorato, occorrerebbe sempre avere sottomano dei dati statistici, che permetterebbero di esprimersi con maggiore cognizione di causa. Nel Regno Unito, da un’analisi delle statistiche ufficiali effettuata da una casa d’investimento emerge che, nel secondo trimestre di quest’anno, costi e prezzi riferiti al settore pubblico sono cresciuti del 5.5 per cento rispetto allo stesso periodo del 2004, mentre l’inflazione riferita ai consumi domestici è stata del 2 per cento e quella calcolata sul più generale indice dei prezzi al consumo è stata del 2.4 per cento. Se l’inflazione prodotta dal settore pubblico avesse eguagliato quella del settore privato la crescita economica britannica, in termini reali, sarebbe stata superiore dello 0.7 per cento, dall’esile 1.5 per cento rilevato ad un più confortante 2.2 per cento.

Se Gordon Brown è l’indiscusso erede alla successione della premiership di Tony Blair, gran parte del merito va alla sua provata abilità come Cancelliere dello Scacchiere. Il Labour ha impostato gran parte dell’ultima campagna elettorale enfatizzando (non senza ragione) i positivi risultati economici conseguiti in quasi un decennio. Tony Blair ha elogiato il suo collega, definendolo il miglior Cancelliere degli ultimi 100 anni. E Brown, a cui non difetta la considerazione di sé, ha rafforzato il concetto, sostenendo di aver presieduto al più lungo periodo di sostenuta crescita economica degli ultimi 300 anni. Ma tali rivendicazioni appaiono oggi ostaggio della sorte.

In Italia, l’emersione del fenomeno blairiano coglie la sinistra in una delle sue innumerevoli, abituali transizioni, quella causata dalla sconfitta elettorale del 1994, e che Andrea Romano definisce dell’“oltrismo”: l’aspirazione fumosa e confusa al superamento di comunismo e socialdemocrazia, che come un fiume carsico periodicamente riemerge nella elaborazione psicanalitica della sinistra italiana. Tale aspirazione, di fatto, era figlia del moralismo berlingueriano, che alimentava la mitologia dell’eccezionalismo della sinistra italiana, e che era destinata a giungere ai giorni nostri attraverso Mani Pulite e il persistente giustizialismo, che ancora oggi rappresenta il tratto distintivo di ampia parte della sinistra e le fondamenta del collateralismo di una componente non marginale della magistratura italiana. Dunque, all’indomani della sconfitta del 1994, per opera di Berlusconi, il gruppo dirigente dell’allora Pds è impegnato nell’ennesima ridefinizione strategico-identitaria. E decide di perseguire un duplice obiettivo: collocare stabilmente la sinistra italiana nell’alveo di quello che viene evocativamente definito socialismo europeo; e, sul piano interno, annunciare la metamorfosi verso quella “rivoluzione liberale” strumentale a fare dell’Italia un “paese normale”.

Della bella biografia politica di Tony Blair, scritta da Andrea Romano, ci ha colpito soprattutto il capitolo dedicato al confronto tra il leader del New Labour e le altre sinistre europee. La rivitalizzazione del laburismo britannico ad opera di Blair ha rappresentato un’autentica sassata nella piccionaia della sinistra continentale. Da partito destinato e condannato a governare poco e male, privo di radici autenticamente marxiste e visto, non senza ragione, come pura cinghia di trasmissione sindacale nella dinamica politica (tradeunionismo), il Labour è improvvisamente assurto a modello di modernizzazione ed innovazione, guidato da un leader ipermediatizzato, a cui sono stati associati aggettivi abitualmente estranei alla tradizione della sinistra, britannica e continentale: “giovane”, “pragmatico”, “vincente”, “moderno”. A partire dal 1997, dunque, il blairismo viene letto dai socialismi continentali come misura di confronto, con la classica polarizzazione: ora per prenderne le distanze, come farà, molto transalpinamente, Lionel Jospin; in altre circostanze, e soprattutto per finalità di bassa cucina politica interna, per chiederne riconoscimento e legittimazione.