Confronti impietosi

Sempre riguardo il tema della violenza negli stadi, e quello dei frusti luoghi comuni di quella parte della stampa italiana (casualmente, sempre quella moralmente ed antropologicamente superiore), che non riesce più a sdegnarsi di fronte alle manifestazioni di antisemitismo negli stadi, ma è sempre pronta con l’immancabile ditino ammonitore a “suggerire” la vecchia tesi no-global (visceralmente razzista) degli israeliani fautori di un regime di apartheid, ripubblichiamo un articolo di Deborah Fait, apparso su Informazionecorretta:

Israele e lo sport.

E’ bastata una partita di calcio, Irlanda-Israele, un gol a testa,quello per Israele calciato da Abbas Suan, arabo-israeliano, perche’ alcuni media italiani, La Repubblica in testa, si lanciassero a capofitto in cronache romantiche e insinuazioni gratuite sul povero giocatore arabo vittima dei tifosi israeliani e poi diventato eroe per aver permesso la qualificazione di Israele.

Ho guardato la partita in diretta TV e dopo 90 minuti di gioco il campo dello stadio di Ramat Gan era bello verde e pulito come all’inizio, niente bottiglie di plastica, niente bicchieri ne’ biglie di metallo, niente rotoli di carta igienica, niente striscioni offensivi verso la squadra avversaria, solo bandiere, tante bandiere, israeliane e irlandesi.

Tutto era perfetto, nemmeno una cartina grande come un coriandolo che deturpasse le zolle erbose dello stadio.

Durante la partita non ho visto fuochi, ne’ fumo, ne’ seggiolini divelti ma solo spettatori ora preoccupati , ora felici ed esultanti, famiglie con bambini che gridavano per sostenere la loro squadra a cavalcioni sulle spalle dei grandi per vedere meglio.

I tifosi israeliani sanno comportarsi in modo civile, andare allo stadio e’ una gioia non un pericolo e questa e’ una regola non un’eccezione.

Suan non e’ stato offeso dai tifosi ma da tifosi, cioe’ dall’eccezione, da quelli considerati i piu’ focosi di tutta Israele, spesso incivili, facenti parte di quella famiglia di cretini la cui madre e’ sempre incinta.

Si sa che la guerra non rende amici e purtroppo lo hanno appurato quegli israeliani che si sono avventurati nei territori palestinesi e ne sono tornati cadaveri neanche tanto interi.

Gli arabi israeliani non vengono mai aggrediti ma , considerata la partecipazione attiva di alcuni di loro agli attentati terroristici, si puo’ capire, pur se non giuistificare, l’astio generalizzato di alcune teste calde nei loro confronti.

Gli israeliani, cui nulla viene perdonato e nulla viene mai riconosciuto, reagiscono come tutti gli esseri umani alla tensione della guerra, chi con rassegnazione, chi col dolore e la depressione, chi con rabbia.

In Israele tuttavia non esiste la discriminazione nello sport, ebrei, arabi, drusi giocano a calcio insieme senza nessun problema. Normale no? Certo, cosi’ deve essere ma non mi risulta che nelle squadre di calcio dei paesi arabi giochino ragazzi ebrei o cristiani.

Quei pochi e incivili tifosi che in passato hanno insultato Abbas Suan sono pero’ ancora alla Scuola Materna rispetto a certi tifosi italiani ed europei, plurilaureati in violenza e razzismo, odio e furore.

Non dimentichiamo la vergognosa storia dell’Udinese quando, dopo averlo accettato, rifiuto’ l’ingaggio di Ronnie Rosenthal, ebreo e israeliano, in seguito alle proteste dei tifosi e alle scritte comparse sui muri di Udine ” Juden Rauss, niente ebrei in squadra”.
La penosa scusa dei dirigenti dell’Udinese fu che Rosenthal aveva le vertebre storte.

Fu acquistato dal Liverpool, gioco’ 25 partite in un anno e fece 18 goal , altro che vertebre storte. Il manager del Liverpool lo defini’ il miglior giocatore della squadra, Ronnie divento’ l’idolo del Liverpool e molti vorrebbero che figurasse nella sezione “leggende” della squadra.

Ricordiamo anche i vari insulti “ebrei “o “negri” che gridano i tifosi dagli spalti italiani e i versacci scimmieschi accompagnati da uhhhhhhhh quando giocava Gullit.

Non dobbiamo sottovalutare l’odio e la violenza tra le squadre del sud contro quelle del nord e viceversa, i vari “Forza Etna”, gli insulti, i motorini gettati in campo, i morti, i ragazzi accoltellati piu’ o meno gravemente. Le automobili rovesciate, la guerriglia urbana.

Il massimo fu pero’ raggiunto alla fine degli anni 70 a Varese,partita di basket tra Mobilghirgi Varese- Maccabi Tel Aviv. Fu il delirio dell’odio antisemita.

Lo striscione piu’ grande, lungo molti metri e sistemato nel bel mezzo del Palazzetto, diceva “Adolf Hitler ce l’ha insegnato, uccidere gli ebrei non e’ reato”, e altri di accompagnamento:”Ebrei = saponette”, “10-100-1000 Mauthausen” .
Il tutto in un turbinio di bandiere naziste e svastiche da tutte le parti.

In una partita Roma-Lazio lo striscione piu’ in vista era: “Auschwitz e’ il vostro paese, il crematorio la vostra casa”.
In Olanda quest’anno e’ stata sospesa una partita perche’ i tifosi insultavano pesantemente l’arbitro di origine ebraica.

In tutta Europa il fenomeno del razzismo ha assunto aspetti preoccupanti e lo sport, anziche’ esserne esente, fa la parte del leone come ha denunciato piu’ volte la FIFA preoccupata per quello che accade negli stadi e nei campi da gioco europei.

Credo che , alla luce di questo triste e vergognoso aspetto dello sport europeo, i media italiani abbiano preferito ipocritamente guardare la pagliuzza negli altrui occhi pur sapendo di avere i propri pieni di travi!

Suan ha fatto un bellissimo gol, ha mandato Israele in visibilio e lo ha dedicato “A tutto il popolo di Israele, ebrei e arabi” perche’ Suan, musulmano, e’ orgoglioso di essere israeliano tanto che, quando gli hanno chiesto se ripetera’ la sua performance anche martedi’ contro la Francia, la sua risposta ” tutta ebraica” e’ stata “Beezrat ha Shem”(con l’aiuto del Nome), non “inshallah”.
Chi conosce lo sport israeliano ed e’ stato spettatore negli stadi o nei Palazzetti di Israele non puo’ che ammirare la civilta’ di tifosi e giocatori che non diventano mai divi perche’, al di fuori dell’ impegno nello sport, non vengono loro richieste altre prestazioni essendo Israele sprovvisto di “veline, letterine” e quant’altro.

Il grande Dino Meneghin racconta:”La prima volta che giocai in Israele era il 1967, si giocava a TelAviv e il Palazzetto non era coperto. Prima della partita fecero entrare i piloti che avevano combattuto la Guerra dei 6 giorni. In quel momento capii cosa era Israele….Nel 1977 perdemmo la finale contro il Maccabi ed ero incazzato nero , dopo pero’ vidi i tifosi israeliani ballare, cantare e piangere dalla gioia e allora sono stato felice per loro e per Israele.

Da allora avro’ giocato almeno altre 20 volte a Tel Aviv ed e’ sempre stato bellissimo andarci”.

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