Il regolatore del mercato azionario israeliano ha avviato la procedura per vietare la quotazione sulla borsa locale di aziende i cui “servizi principali” sono in valute digitali, mentre quelle già quotate ma che sposteranno la maggioranza della propria operatività su servizi di moneta digitale saranno rimosse dal listino. Le motivazioni sono da ricondurre a timori di bolla speculativa ma anche di frode attraverso l’aggiramento del regolatore.

Secondo Marc Lynch, su Foreign Policy, Israele avrebbe deciso di alleggerire l’embargo a Gaza in cambio dell’impegno americano […]

Ripetiamolo ad nauseam, a beneficio degli ottusi: quella nave andava fermata, anche in modi ruvidi. Ma farlo a […]

Topo Gigio? Vai a farlo capire ai militonti filoisraeliani senza se e senza ma. Nel frattempo, anche il quotidiano israeliano Yediot Ahronot avanza critiche di carattere tattico nei confronti di chi ha progettato l’assalto in alto mare della flottiglia diretta con aiuti umanitari per Gaza.

Su la Stampa, sapido commento di Massimo Gramellini sulle esternazioni mediorientali del nostro premier. Che alla Knesset si è esibito in un discorso di alto profilo, usando parole dure nei confronti della seconda Intifada palestinese, definita “terroristica” e subito dopo, al cospetto di Mahmoud Abbas (che la stampa italiana, per insondabili motivi, continua a chiamare col nome di battaglia di Abu Mazen), abbozzando un parallelo tra i 500 morti palestinesi dell’operazione israeliana “Piombo fuso” e le vittime della Shoah.

La stampa israeliana dà oggi ampio rilievo alla prima nomina del presidente eletto Barack Obama: il deputato dell’Illinois Rahm Emanuel, figlio di genitori emigrati da Israele negli anni sessanta, sarà Chief of Staff della Casa Bianca, una posizione ritenuta di grande potere e influenza che gli permetterà di essere a stretto contatto quotidiano col presidente. Il quotidiano Maariv ha dedicato alla nomina un ampio servizio dal titolo ‘Il nostro uomo alla Casa Bianca‘.

”L’azione compiuta dalle forze israeliane nella Striscia di Gaza è solo la punta dell’iceberg. Per immaginare il resto, bisogna capire in che cosa consiste la vera minaccia”. Lo scrive Enrico Jacchia, responsabile del Centro di Studi Strategici.
”Aver colpito il porto di Ashkelon rappresenta – rileva Jacchia – un eccezionale salto di qualità da parte dei miliziani di Hamas. L’arma usata non è l’artigianale Qassam, ma un vero strumento militare tecnicamente simile, per la precisione del tiro, ai missili a corto raggio che sono nell’arsenale delle maggiori potenze. E’ probabile che queste armi siano state introdotte dal valico con l’Egitto durante il periodo in cui è rimasto aperto nelle scorse settimane. Ma se i miliziani di Hamas sono riusciti a far entrare nella Striscia di Gaza dei Grad, un’arma originalmente di produzione sovietica e della portata di circa 25 chilometri per raggiungere Ashkelon, non c’è ragione di pensare che non riescano ad introdurre missili di lunghezza leggermente superiore con una portata tra i 40 ed i 200 chilometri, come i Zelzal 2 di produzione iraniana.