L’arte del chiacchiericcio

Perché un ministro dell’interno intelligente ed intellettualmente onesto, quale è Giuseppe Pisanu, arriva e minacciare le classiche ed un po’ fruste “misure esemplari” per contrastare l’abituale beceraggine che avvolge gli stadi italiani ogni domenica? Forse perché siamo sempre alle solite politiche declamatorie che riaffermano la propria impotenza, nella abituale latitanza del legislatore e nell’incultura nazional-popolare di quanti ruotano intorno al mondo del calcio. Andiamo con ordine. Nel 2003 il governo (questo governo) approvò un disegno di legge per contrastare la violenza negli stadi. Un disegno di legge molto (e giustamente) repressivo, perché crediamo che vi sono circostanze in cui occorre dapprima attuare la politica di riduzione del danno, e poi lavorare sugli aspetti “culturali”, anche perché abbiamo superato da tempo l’età felice in cui si crede che tutte le colpe siano del sistema. Quel disegno di legge venne progressivamente depotenziato ed annacquato da un composito schieramento bipartisan, che andava da Er Pecora (forse preoccupato proprio per i tifosi laziali…) agli abituali sociologi di sinistra. Alla fine, anche quelle parti della legge che avevano un contenuto intelligentemente preventivo, come l’obbligo per gli stadi di avere dei metal detector e posti rigorosamente numerati per agevolare il controllo delle presenze, è rimasta lettera morta, per l’abituale sport nazionale che genera una copiosa produzione legislativa per il gusto di disapplicarla sistematicamente, oltre che per lo scandalo senza precedenti di avere degli stadi già in rovina, a soli 15 anni dalla grande abbuffata cementiera del Mondiale 1990.

La politica dell’ordine pubblico, da noi, ha sempre rappresentato un nervo scoperto: da un lato, i soliti ritualismi della sinistra e di ampia parte del mondo cattolico, che escludono categoricamente il principio di responsabilità individuale, e cercano di trovare in ogni problema “di piazza” una qualche radice di disagio sociale; dall’altra l’ancor più tradizionale ricetta di law and order (quella del manganello prima di tutto, per intenderci…) di una parte minoritaria della destra. Tornando alla questione degli stadi, a noi sembra vagamente più intelligente operare per lasciare fuori dai cancelli gli imbecilli, e non tutti coloro che vorrebbero assistere ad un evento sportivo, magari con la famiglia. L’abituale liturgia retorica della punizione esemplare, ovunque la si applichi, non fa altro che porre le premesse per l’ipocrisia perdonista, sport in cui gli italiani di solito tendono ad eccellere, per antico vezzo autoassolutorio cattolico della prima pietra scagliata.

La legge 88 va modificata in senso più restrittivo, spezzando le connivenze (o il circolo vizioso della paura) che lega le società agli hooligans, aumentando le fattispecie di responsabilità oggettiva a carico delle società, fino a che le stesse non arrivino a creare dei “veri” servizi d’ordine, non come gli attuali, che di fatto spesso rappresentano semplicemente la cooptazione ed istituzionalizzazione dei teppisti. Riguardo gli striscioni, occorre rimuovere tutti quelli che compiono apologia di reato, come le svastiche. Sappiamo di correre il rischio che qualcuno obietti che occorrerebbe rimuovere anche gli striscioni con la faccia di Che Guevara, ma lì sfortunatamente esiste il problema “tecnico” per il quale non si tratta di apologia di reato. Occorre inasprire le pene (ed introdurre delle aggravanti specifiche) per gli atti di danneggiamento successivi o contestuali ad eventi sportivi, in modo che i tifosi che ritengono di poter esprimere il proprio “disagio sociale” per la sconfitta della propria squadra, attività in cui ad esempio i tifosi livornesi sono insuperati maestri, in pensieri ed opere, finiscano col pagare a caro prezzo (penale e monetario) questo sociologismo d’accatto non oltre tollerabile.

Parallelamente a ciò, occorre svolgere una dura campagna di repressione contro il razzismo, per fare finalmente cessare i buu razzisti, attività di prevalente ma non esclusivo appannaggio delle tifoserie romane, e non certo limitata a isolate frange del pubblico, come è possibile verificare di persona o in televisione, a livello acustico, con buona pace di qualche presidente un po’ troppo furbetto che afferma che l’aver reso omaggio al papa sia una sorta di polizza di assicurazione contro la responsabilità oggettiva.

Perché il problema sta anche in questo: troppi imprenditori entrano nel mondo del calcio ritenendo che esso rappresenti un formidabile veicolo di consenso sociale e che in esso non valgano le abituali regole dell’economia, quelle che ad esempio prevedono il fallimento ed altre procedure concorsuali per le società di capitali in dissesto, perché altrimenti si invoca la piazza, la vera “padrona” del club (Claudio Lotito docet). Da questa linea di argomentazione, che rappresenta il vero seme della violenza, negli stadi e fuori, nasce l’incapacità dei governi di turno a stroncare queste pratiche con le maniere forti, cioè con la forza della legge applicata. Pisanu rifletta su questo punto: se la CdL arriva ad attribuire la sconfitta elettorale anche al mancato rinnovo del contratto degli statali, come potrà mai consentirgli di chiudere degli stadi, autentico crogiolo del consenso politico più degenerato e qualunquista, quello del panem et circenses?