Dio, patria e welfare

In un editoriale pubblicato sul Wall Street Journal, il professor Gotz Aly, docente di ricerca sull’Olocausto al Fritz Bauer Institute dell’Università di Francoforte, analizza le sfide che la candidata alla cancelleria per la Cdu-Csu, Angela Merkel, si troverà di fronte in caso di vittoria alle elezioni. Questa elezione per la cancelleria sarà completamente diversa dai due cicli politici precedenti, quelli di Gerhard Schroeder ed Helmut Kohl. Di fatto, un unico, ininterrotto ciclo, durato 23 anni, caratterizzato da scenari economici molto più tranquillizzanti, e da ricette di welfare altrettanto tradizionali. Il sistema politico tedesco, pur essendo privo di bipartitismo, è sempre stato caratterizzato da un bipolarismo più o meno consolidato, con i cristiano democratici (ed i loro alleati bavaresi della Csu) alleati con i liberali, ed i socialdemocratici impegnati a fare squadra con i verdi. L’impressionante crescita dell’economia tedesca nel secondo dopoguerra ha permesso, poi, di smussare i tratti più propriamente anti-sistema di alcune forze politiche e sociali, e di consolidare il volto pacioso ed opulento del paese, con il concorso determinante di un soverchiante senso di colpa per le vicende del nazismo. Ma alla base di questa operazione di “anestetizzazione” di un sistema politico storicamente incline alle sensazioni forti mutuate dalla propria cultura, vi fu l’imponente operazione di “equalizzazione degli standard di vita”promossa e sostenuta da un sistema di welfare onnipresente e capillare. Secondo il professor Aly, il welfare tedesco rappresenterebbe addirittura una sorta di radice simbolico-culturale, l’ideale prosecuzione di quella “comunità nazionale” a cui già faceva riferimento il nazismo, e che a sua volta si richiamava al concetto di Vaterland, lo Stato dei Padri. Secondo Aly la Germania, ridotta dalla guerra ad un cumulo di macerie, e confrontandosi con l’eterna aporia tra libertà ed eguaglianza, decise di reinterpretare e declinare in un modo molto tedesco la Rivoluzione francese e la Dichiarazione d’Indipendenza americana. L’eguaglianza civile davanti alla legge è diventata semplicemente eguaglianza sociale e ad essa, in caso di dubbio, la libertà è sempre stata sacrificata. Da qui si reincarna il mito del “capitalismo sociale di mercato”, o alla renana, al quale alcuni pensosi leader politici italiani ed il loro incurabile provincialismo sono giunti a tempo ampiamente scaduto. Tutto (ri)cominciò con il grande Adenauer, che decise di legare le pensioni pubbliche alla crescita del reddito nazionale, ottenendo sensazionali vittorie elettorali senza preoccuparsi troppo del futuro. Fino all’ultimo quarto di secolo, e con il takeover della Republica Democratica Tedesca, che segna l’inizio del declino per la formula sociale e socialisteggiante della Bundesrepublik. Kohl venne defenestrato dall’elettorato certamente per stanchezza, ma anche per aver osato ipotizzare la riforma del sistema pensionistico pubblico. Il suo successore sta tentando, con maggiore pavidità ed assenza di visione strategica, di riformare il welfare, ma prima di lui è arrivata la “fase due” della globalizzazione, quella delle delocalizzazioni e della competizione con nuovi blocchi geostrategici. Oggi, la Germania è un gigante pietrificato, l’ideale matrice dell’eurosclerosi: il 48 per cento del bilancio pubblico è assorbito dagli entitlements welfaristici; il 14 per cento è destinato al pagamento degli interessi su un debito pubblico in progressiva crescita, a causa del crollo di gettito fiscale indotto dalla crisi strutturale del paese. E solo l’11 per cento del budget appare utilizzabile per la modernizzazione infrastrutturale. Qualsiasi impresa privata operante in simili condizioni non potrebbe che portare i libri in tribunale.

E qui entra in scena Angela Merkel. Corpo estraneo all’interno del proprio stesso partito, figlia di un pastore protestante, cresciuta in un land dell’Est, ha vissuto sulla propria pelle il socialismo reale e, soprattutto, quello che accade quando un paese esaurisce la propria base materiale, e cola a picco nella stagnazione sociale e nazionale, mentre un regime di bugie e bugiardi continua a suonare, come l’orchestrina sul Titanic che affonda. La maggior parte dei leader politici tedeschi ha passato la propria gioventù, il periodo degli studi e l’inizio della propria carriera negli anni delle vacche grasse della Vecchia Repubblica sul Reno ove anche intrepidi borghesi, come i Lafontaine ed i Fischer, potevano sognare e teorizzare la loro rivoluzione al caviale. Angela Merkel ama dire, a loro ed ai propri compagni di partito: “Voi non avete idea di quanto siete socialisti”. Angela Merkel non sarà un cancelliere prodotto dalla cultura stantia dell’alternanza centrista in un paese intorpidito da un benessere diffuso, in cui la classe politica compra la propria salvezza attraverso l’adescamento della spesa pubblica improduttiva. A lei toccherà, in caso di vittoria a settembre, gestire gli anni delle vacche magre e del ripensamento del welfarismo nazionalistico tedesco. A lei spetterà riattivare le energie sopite ed atrofizzate di un paese che sarà costretto, pena il declino, ad accantonare la propria interpretazione neo-collettivista di “bene pubblico”. I tedeschi devono riconoscere che eguaglianza significa eguaglianza di fronte alla legge, ed accettare la libertà come un valore fondamentale. Solo al termine di questa “traversata nel deserto” sapremo quanto salde sono le fondamenta su cui poggiano la democrazia tedesca e l’idea di Europa che abbiamo costruito in oltre mezzo secolo di opulenza redistributiva.

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