La salute di General Motors

Rick WagonerViviamo in un mondo interconnesso e globalizzato: dietro questa reiterata banalità, si celano interdipendenze inimmaginabili. Ad esempio, che c’entra General Motors con il sistema sanitario statunitense? Perché i conti del carmaker di Detroit sono sempre in affanno, mentre quelli di Toyota brillano, trimestre dopo trimestre, pur in un contesto competitivo globale fortemente avverso? Il tradizionale kaizen nipponico ed altre amenità c’entrano assai poco, soprattutto ove si consideri che Toyota ha impianti di assemblaggio negli Stati Uniti, con manodopera locale. Eppure, i crescenti costi di mantenimento dell’healthcare stanno progressivamente destabilizzando il sistema aziendale americano, e costringeranno, prima o poi, Congresso e Amministrazione Bush ad assumere iniziative correttive. General Motors ed United Auto Workers, il sindacato dei lavoratori del settore automobilistico, stanno negoziando duramente per rivedere il sistema di prestazioni sanitarie erogate dal datore di lavoro. GM vorrebbe rinegoziare l’accordo prima dell’estate, mentre il sindacato ribatte che prima della scadenza del contratto collettivo, nel 2007, non si deve toccare nulla. Occorre premettere che, secondo il sistema di benefit aziendali statunitensi, il datore di lavoro accantona delle somme destinate all’assistenza sanitaria, per il lavoratore ed i familiari, ed all’erogazione di benefici pensionistici a prestazione definita. Questi ultimi, negli ultimi anni, hanno generato imponenti squilibri finanziari, costringendo le aziende ad accantonamenti contabili straordinari ed all’effettiva erogazione di somme in denaro per far fronte alle prestazioni pensionistiche integrative. Alcune valutazioni attuariali troppo ottimistiche circa il rendimento delle somme accantonate per essere investite nei mercati finanziari, oltre alla costante riduzione dei tassi d’interesse, utilizzati per attualizzare il debito pensionistico, hanno generato profondi squilibri finanziari, costringendo molte aziende, soprattutto ma non esclusivamente nel settore delle linee aeree, a chiudere i piani pensionistici, con ingente danno per i lavoratori.
Ma la situazione è addirittura peggiore per i benefit sanitari: dal 2000, i premi assicurativi per la copertura sanitaria delle famiglie sono aumentati del 59 per cento, sei volte l’inflazione. I crescenti costi sanitari scoraggiano le aziende dall’intraprendere piani di benefit, o a terminare quelli in essere, ed un numero crescente di lavoratori rinuncia ad acquistare le coperture assicurative, mentre si registra un numero crescente di conflitti aziendali riguardanti la compartecipazione dei lavoratori alla spesa sanitaria sostenuta dal datore di lavoro. Ad oggi, il problema principale di GM è quello di un parco-modelli che non incontra i gusti dei consumatori americani, ma anche dell’innegabile onere finanziario imposto dai costi sanitari e previdenziali. Anche per questi motivi il debito dell’azienda è stato recentemente retrocesso dalle agenzie di rating allo status di junk (spazzatura). Nel 1996, GM spendeva 3 miliardi di dollari per fornire copertura sanitaria a 1,2 milioni di persone, tra i propri dipendenti, pensionati e familiari; quest’anno, le attese sono per una spesa di 5,6 miliardi di dollari per la copertura di 1,1 milioni di persone. Ciò significa che la spesa pro-capite è passata da 2.500 a quasi 5.100 dollari. O, in altri e più sorprendenti termini, che GM sopporta oneri sanitari pari a 1.500 dollari per ogni auto prodotta, più dell’incidenza di costo dell’acciaio, molto più di quasiasi altro competitor. GM stima, ad esempio, che gli oneri sanitari per auto prodotta incidano su Toyota per circa un quarto dell’esborso di Detroit, per effetto della maggiore quota di essi sostenuta direttamente dal governo giapponese. La conclusione è che i costi di mantenimento della sanità sono troppo complessi per essere gestiti dalle aziende e dai sindacati, attraverso modifiche della quota di compartecipazione alla spesa da parte dei lavoratori, come invece hanno finora sostenuto, un po’ semplicisticamente, l’Amministrazione Bush e molti conservatori. Non esiste soluzione definitiva per il contenimento della spesa sanitaria, e se nemmeno un big spender come GM, con il proprio fortissimo potere contrattuale nei confronti di ospedali e case farmaceutiche, riesce a stare a galla, ciò significa che il problema va affrontato ad un livello superiore, quello del governo federale, pena la costante perdita di competitività del sistema aziendale statunitense, la proliferazione di episodi di conflittualità, l’aumento dell’incertezza nella pianificazione di spesa delle famiglie, che rischia di contrarre bruscamente i consumi.
Le soluzioni proposte sono molte: dal progetto di legge della “strana coppia” del Senato, lo speaker repubblicano Bill Frist e la democratica Hillary Rodham Clinton, che prevede l’informatizzazione delle modalità di registrazione e fatturazione dell’industria sanitaria, che permetterebbe di ridurre di circa il 10 per cento gli sprechi amministrativi e d’intermediazione; o la proposta, di tipo attuariale-assicurativo, che sia lo stato ad accollarsi i costi di quei pochi casi catastrofici che fanno esplodere la spesa sanitaria e di conseguenza i premi assicurativi per tutto il sistema. Come stimato dal CEO di GM, Rick Wagoner, l’1 per cento dei “sinistri” in ambito sanitario incide per il 30 per cento dei costi di sistema. O ancora, la proposta formulata durante la campagna elettorale dello scorso anno da John Kerry, che prevede che lo stato si accolli la spesa sanitaria individuale che eccede i 50.000 dollari annui, che a noi non sembra particolarmente brillante, perché rischia di innescare fenomeni di moral hazard. Oppure la proposta, già scartata da Bush, di far acquistare i farmaci direttamente al programma Medicare, che diverrebbe così molto simile al nostro Servizio Sanitario Nazionale. Tra le proposte più creative, vi è quella che prevede di aumentare l’investimento in educazione alimentare ed alla fitness, per ridurre l’incidenza delle malattie prodotte da errati stili di vita (la correlazione del diabete con l’obesità è la più evidente, ma ve ne sono molte altre), naturalmente senza che ciò debba essere inteso come controllo delle esistenze altrui…Non si deve poi dimenticare che, al crescere della quota di cittadini americani non assicurati (attualmente pari a 45 milioni di persone), crescono i costi sanitari (oggi di 43 miliardi di dollari) destinati ad essere finanziati da chi paga i premi assicurativi.
Ciò che appare evidente, aldilà delle tecnicalità, è che ci troviamo di fronte a qualcosa di molto simile ad un fallimento del mercato, o perlomeno di alcune modalità di ricorso ad esso. Le grandi aziende statunitensi hanno contribuito al problema, inizialmente respingendo le proposte di intervento correttivo pubblico nel mercato della sanità. Ma ora che il grido di dolore viene direttamente dal capo-azienda di GM, è ipotizzabile che anche Washington possa prendere delle decisioni di ampia portata, tra le quali potrebbe certamente figurare il mantenimento dello status quo, con i tutti i potenziali pericoli che ciò comporterà per l’economia americana.

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