Il Financial Times riporta che la Cina si prepara a lanciare un’investigazione volta ad accertare se i costruttori automobilistici statunitensi abbiano ricevuto sussidi ilegittimi dal governo di Washington. La Cina attualmente ha un livello molto basso di importazioni di auto dagli Stati Uniti, ma l’indagine potrebbe essere utilizzata come strumento di pressione rispetto alle ricorrenti e crescenti accuse americane verso i sussidi all’esportazione di cui beneficiano le imprese cinesi.

Mentre si discute della apparentemente prossima stabilizzazione della congiuntura americana, almeno per il terzo trimestre, grazie anche al travolgente successo del programma di rottamazione auto “cash for clunkers” (che in realtà “prende a prestito” domanda dal futuro, e crea condizioni di dipendenza strutturale del settore dai sussidi pubblici, come ben sappiamo noi europei), giunge la notizia che General Motors riceverà un prezioso dono dal suo nuovo azionista di controllo, il governo degli Stati Uniti. Alla nuova GM, quella che emergerà dalla procedura di Chapter 11, sarà infatti consentito di utilizzare i crediti d’imposta derivanti dal “tax-loss carry forward”, cioè dal riporto a nuovo delle perdite a compensazione degli utili futuri, fino a 20 esercizi successivi. L’entità di questo dono è pari a 16 miliardi di dollari.

Le azioni di General Motors sono oggi in forte calo, dopo che la società ha comunicato che sei propri manager hanno recentemente venduto oltre 200.000 azioni del costruttore automobilistico, liquidando le proprie posizioni dirette. Secondo i dati resi noti dalla SEC il maggior venditore è stato il vice presidente Bob Lutz, che ha venduto 81.360 azioni ricavando 130.990 dollari. I sei dirigenti hanno venduto a prezzi medi compresi tra 1,45 e 1,61 dollari per azione. A inizio giornata, le azioni GM sono crollate del 20 per cento, a 1,15 dollari.

Nella giornata di venerdì 19 il presidente George W.Bush ha annunciato l’utilizzo dei fondi del TARP per l’erogazione di un finanziamento di emergenza ai costruttori automobilistici statunitensi (essenzialmente, a Chrysler e General Motors). L’erogazione immediata sarà di 13,4 miliardi di dollari, ed una tranche di altri 4 miliardi è prevista per febbraio. Il prestito presenta una serie di “obiettivi” che appaiono simili alle condizioni in precedenza richieste dal Congresso il mese scorso nel piano poi naufragato. Tra le condizioni figurano la riduzione di due terzi del debito, attraverso la sua trasformazione in capitale proprio; l’erogazione in azioni di metà dei pagamenti al fondo esentasse gestito dal sindacato; la ristrutturazione dei contratti di lavoro in modo da renderli competitivi con quelli dei transplants entro fine 2009; la sospensione del dividendi (e ci mancherebbe); limiti ai compensi dei top manager (che non verranno tuttavia estromessi).

Una delle numerose leggende che circolano attorno al dissesto dei tre produttori automobilistici statunitensi afferma che il loro costo del lavoro sarebbe pari a circa 70 dollari l’ora, contro i poco meno di 30 degli impianti di assemblaggio (i cosiddetti transplants) dei produttori stranieri operanti negli Stati Uniti, soprattutto le giapponesi Honda, Nissan e Toyota. Questa affermazione nelle ultime settimane è stata reiterata come un mantra da editorialisti, centri studi conservatori e senatori Repubblicani degli stati del Sud, che si oppongono al salvataggio delle Big Three. Buon ultimo, con una piccola variazione sul tema, è arrivato il nostro tuttologo di riferimento che, in un recente articolo, peraltro senza citare le fonti (cosa che gli accade spesso, visto che tende ad utilizzare selettivamente le informazioni, scegliendo à la carte quelle più funzionali alla sua tesi del momento, e a renderle assioma indisputabile), afferma che “il costo del lavoro, a Detroit, è di 62 dollari l’ora, 14 dollari in più di quanto costa un lavoratore americano nelle fabbriche della Toyota al sud“. Ebbene, e aldilà dei numeri, le cose non stanno esattamente in questi termini.