Il “mercato delle idee”: concorrenza o monopolio?

Cosa c’è di più confortante e gratificante che entrare in una libreria e verificare con i propri occhi quella caratteristica fondamentale e fondante del mondo occidentale e della sua cultura, il pluralismo delle idee? Testi di destra e di sinistra, testi libertari e testi liberticidi, testi di fede e testi di agnosticismo e di ateismo assiomaticamente dimostrato, quasi fosse un teorema. Il confronto di idee in nessun caso censurate è l’essenza dell’idea libertaria. Nessun Indice, nessuna censura ideologica, anche verso quelle culture la cui essenza prevede un controllo sociale (e quindi delle idee) molto stretto. Ecco perché siamo interessati alla diffusione del compendio di catechismo della chiesa cattolica, promosso da Benedetto XVI. Una diffusione che si annuncia capillare, così come già si annunciano imbarazzanti, per una cultura laica autenticamente tale, le grida di dolore che alcuni “illustri” maitres-à-penser di casa nostra stanno già levando alte. Il loro timore è quello che un simile testo possa rappresentare un poderoso veicolo di condizionamento ed indottrinamento di una popolazione a loro giudizio già talmente ottenebrata dai vari reality show, da assorbire acriticamente anche questi precetti sediziosi. Noi con questa interpretazione siamo in fortissimo dissenso. E non perché siamo così cinici da pensare che per assorbire delle idee occorra preliminarmente prendersi lo sforzo di acquisirle ed elaborarle, esercizio certo non agevole in questi tempi di cultura multimediale pervasiva e di spazi sempre più angusti per l’introspezione. Lo siamo perché da sempre amiamo e ricerchiamo attivamente il confronto ragionato tra le idee. Non abbiamo nessun timore che la Chiesa cattolica possa diventare prevaricatrice ed arrogante sul piano del confronto delle idee, anzi la vogliamo attivamente coinvolta in quest’ambito.

L’essenza della cultura liberale si alimenta di confronti di idee. Ma per poter raggiungere il traguardo del confronto, occorre istituire le condizioni minimali di un “mercato delle idee”, e contrastare ogni forma di monopolio delle stesse. In Italia siamo ben consapevoli di questo “deficit competitivo”, come potrebbero testimoniare le generazioni di studenti che hanno passato anni su testi di filosofia, storia, letteratura di rigorosa ortodossia marxista. Una formidabile egemonia culturale, sorretta anche da larghissime risorse economiche, che ha ghettizzato e relegato allo stato catacombale ogni forma di pensiero “alternativo”, fosse esso liberale o cattolico. Singolare, riguardo quest’ultimo, constatare come le gerarchie ecclesiastiche abbiano sempre combattuto, nel passato, battaglie di retroguardia culturale, mai cercando di affermare la forza delle proprie idee su quelle del monolite marxista (non a caso definito l’altra chiesa), preferendo la rendita di posizione del collateralismo partitico al libero confronto culturale. Ecco perché occorre salutare con grande soddisfazione questo attivismo culturale della chiesa di Karol Wojtyla e Joseph Ratzinger. Sempre per questo motivo, consideriamo ampiamente sottoscrivibile il pensiero dell’attuale pontefice sulla libertà nella pratica religiosa, di cui ci piace citare le belle pagine da egli scritte sulla vitalità delle Chiese americane ed il rapporto tra Stato e Chiesa:

“La società americana fu costruita in gran parte da gruppi che erano fuggiti dal sistema di chiese di Stato vigente in Europa, e avevano trovato la propria collocazione religiosa nelle libere comunità di fede al di fuori della Chiesa di Stato. Il fondamento della società americana è costituito pertanto dalle chiese libere, per le quali – a causa del loro approccio religioso – è strutturale non essere Chiesa dello Stato, ma fondarsi su un’unione libera degli individui. In questo senso si può dire che alla base della società americana c’è una separazione tra Stato e Chiesa determinata, anzi reclamata dalla religione; separazione, di conseguenza, ben altrimenti motivata e strutturata rispetto a quella imposta, nel segno del conflitto, dalla Rivoluzione Francese e dai sistemi che a essa hanno fatto seguito. Lo Stato in America non è altro che lo spazio libero per diverse comunità religiose; è nella sua natura riconoscere queste comunità nella loro particolarità e nel loro essere non statali, e lasciarle vivere. Una separazione che intende lasciare alla religione la sua propria natura, che rispetta e protegge il suo spazio vitale distinto dallo Stato e dai suoi ordinamenti, è una separazione concepita positivamente.”

Questo è anche il nostro ideale di rapporto tra Stato e Chiesa, un ideale molto americano. Il confronto con la realtà europea ed italiana è tuttavia quasi stridente. Le chiese americane sono prevalentemente protestanti, cioè debolmente gerarchizzate, fondate sull’iniziativa delle singole comunità di fedeli, dalle quali traggono anche il proprio sostentamento economico. In Europa la religione prevalente, quella cattolica, si fonda su una forte centralizzazione, dottrinaria e gerarchica, che sta in effetti pagando dazio, nei propri tentativi di espansione (ad esempio in Sudamerica), alle chiese protestanti ed al loro spontaneismo “dal basso”. Al contempo, tuttavia, il cattolicesimo poggia robustamente, per la propria sopravvivenza economica e finanziaria, su accordi di tipo concordatario con gli Stati. Particolarmente eclatante il caso italiano, dove gli accordi sull’assegnazione dell’otto per mille del gettito fiscale delle persone fisiche prevedono la redistribuzione pro-quota delle ingenti risorse così raccolte, attraverso un meccanismo che moltiplica artificiosamente il consenso ottenuto dal principale beneficiario.

Solo il 36 per cento dei contribuenti italiani esprime la preferenza di destinazione dell’otto per mille. Circa il 90 per cento di questa minoranza sceglie la chiesa cattolica, alla quale viene quindi destinato il 90 per cento del totale (e non del 36 per cento) delle risorse assegnabili. Non prendeteci per blasfemi, ma a noi questo sembra un patente caso di abuso di posizione dominante, per usare un linguaggio formalmente economico ma sostanzialmente liberale. Se volessimo essere molto contingenti, ci correrebbe l’obbligo di compiere un parallelismo con il recente referendum sulla procreazione assistita, dove il 90 per cento (di quel 25 per cento del corpo elettorale che ha effettivamente votato) ha scelto di dire si ai quattro questi abrogativi, ma cercheremo di volare più alto.

Vogliamo una chiesa cattolica viva e vitale, che dia il proprio insostituibile apporto di umanità ed umanesimo alla nostra società. Per questo, da laici, abbiamo grande rispetto e stima di Joseph Ratzinger e della sua cifra intellettuale. Ma non vogliamo una chiesa cattolica che invochi la libera concorrenza nel mercato delle idee mentre pratica il più retrivo monopolismo, ideale e materiale. Forse il liberalismo è altra cosa: Cavour, Locke e Don Sturzo lo confermerebbero.

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