Think-tank progressista cercasi

In un recente articolo Kevin Hassett, direttore degli studi di politica economica dell’American Enterprise Institute ed ex-consigliere economico del candidato repubblicano John McCain alle presidenziali del 2000, analizza le circostanze che in anni recenti hanno condotto al dominio repubblicano sulla scena politica americana, a confronto con l’elaborazione culturale e programmatica che i Democratici (non) sono riusciti a compiere. I Repubblicani sono diventati, nel bene e nel male, il partito delle idee, i Democratici quello della reazione. I primi stabiliscono l’agenda, politica e culturale, i secondi passano il tempo a demonizzarla agli occhi degli elettori. Forse anche per contrastare questo declino culturale e progettuale, alcuni facoltosi liberals (circa ottanta, come segnalato dal Washington Post) hanno deciso di contribuire per almeno un milione di dollari a testa, allo scopo di finanziare una rete di think tanks attraverso un’organizzazione nota come Democracy Alliance, con lo scopo di rivitalizzare l’intellighenzia di sinistra. Ma il loro tentativo sembra destinato a fallire dall’origine.

Creare un network di ricerca con l’obiettivo dichiarato di supportare degli specifici fini politici, quelli dei Democratici, appare una sciocchezza, perché una buona ricerca non fornisce nessun particolare vantaggio competitivo. E’ tuttavia piuttosto comune che idee generate da think tanks della right wing finiscano col condizionare, ed essere adottate anche da governi progressisti, come gli studi sull’effetto depressivo della crescita economica causato da un’elevata tassazione aziendale. L’ampia adozione di questi precetti in giro per il mondo, anche da parte di governi di sinistra, è stata causata dal fatto che la relazione inversa tra tasse e crescita era convincente, e non da una qualche affiliazione politico-ideologica dei ricercatori.

Secondo Hassett, il problema risiede nei due pilastri ideologici delle idee dei Democratici: il primo sostiene che redistribuire reddito rappresenta il più importante obiettivo del governo; il secondo è il convincimento che un’elevata pressione fiscale non sia dannosa per la crescita economica. Di recente, ad esempio, l’ineffabile Krugman ha sostenuto che la pressione fiscale dovrebbe essere portata dal 17 per cento al 28 per cento del prodotto interno lordo, con un incremento del 65 per cento. Buona fortuna al politico che riuscirà, in tempo di pace, a convincere di ciò gli elettori.

Il problema è che queste convinzioni sono state ripudiate da fatti e dati. L’impatto della distribuzione del reddito sull’economia è stato il soggetto di centinaia, per non dire migliaia di papers di ricerca, e la letteratura indica che nei paesi ricchi la crescita economica è maggiore dove esistono le maggiori differenze nella distribuzione del reddito, perché le azioni redistributive hanno finora mostrato di contribuire a danneggiare la crescita, riducendone il potenziale. Ad evitare accuse di darwinismo sociale militante, Hassett mette a confronto le condizioni di vita delle famiglie francesi che vivono sotto la soglia ufficiale di povertà con quelle delle corrispondenti famiglie statunitensi, e ne ricava la migliore condizione del secondo gruppo, che disporrebbe di maggiore spazio abitativo pro-capite, oltre che di maggiore dotazione di beni durevoli di consumo, quali auto, elettrodomestici e personal computers. Al di là di simili argomentazioni, sulle quali sarebbe comunque possibile obiettare, siamo d’accordo con il nucleo centrale dell’analisi: la sinistra, non solo quella statunitense, si trova oggi a combattere battaglie di retroguardia, non disponendo della capacità di compiere elaborazioni culturali autonome ed innovative. Di ciò si ha quotidiana conferma anche in Europa, e segnatamente in Italia.