Il partito-azienda

Nei giorni scorsi, Unipol ha depositato in Consob il prospetto relativo alla propria offerta pubblica d’acquisto su Bnl. Abbiamo letto, durante tutto il mese di agosto, le sdegnate dichiarazioni di Fassino, che ha replicato stizzito agli “alleati” (dagli amici mi guardi iddio…) che rimproveravano ai diessini l’eccessiva spregiudicatezza e disinvoltura negli affari economici, e la contiguità ad alcuni ambienti affaristici. Il rimbrotto era originariamente partito da Arturo Parisi, braccio destro e longa manus di Prodi nella Margherita e, secondo osservatori come Emanuele Macaluso, rappresentava una sorta di pubblica manifestazione di dissenso per la gestione delle nomine ai vertici Rai. In particolare, secondo Macaluso, Claudio Petruccioli, pur ulivista della prima ora, non rientrava nel novero dei famigli di Prodi, e questo avrebbe profondamente irritato il “bambino della politica”, che avrebbe mandato avanti Parisi, in una singolare sequenza di messaggi criptati (che altri, e non noi, definirebbero paramafiosi). Tornando a Fassino, egli ha rivendicato il diritto della cooperazione a “fare impresa” ed entrare in un settore, come quello creditizio, che a suo giudizio è pertinente ed attinente all’oggetto sociale dell’azienda bolognese. Si potrebbe chiedere a Fassino, che sui temi economici e finanziari non è esattamente un’aquila, perché i vertici Unipol sono stati colti dagli animal spirits solo dopo la notizia del lancio dell’Opa del Bbva su Bnl. Il segretario diessino dimentica poi che questa acquisizione, ove andasse a buon fine, rischierebbe di stravolgere e modificare l’oggetto sociale dell’acquirente (che è l’esercizio delle assicurazioni, non del credito), consentendo agli azionisti dissenzienti di esercitare il diritto di recesso, eventualità che causerebbe un ulteriore, rilevante esborso per le casse di una società impegnata a scalarne un’altra di dimensioni triple, in termini di capitalizzazione. Ma Fassino ed i diesse, nel loro empito moralistico, ripropongono un vecchio leit-motiv di quel partito: salvare la forma per violare pesantemente la sostanza. Come nel caso di Unipol e dei suoi collateralismi.

L’assicurazione bolognese è una società quotata, che sfrutta a mani basse quel sistema di scatole cinesi che i diessini tanto amano esecrare, ovviamente quando non riguarda gli amici. Oggi, Unipol risulta controllata da Finsoe, non quotata, che è a sua volta controllata da Holmo, anch’essa non quotata, posseduta da circa trenta cooperative. E’ illuminante sapere che, proprio per aumentare la leva societaria, cioè moltiplicare il capitale controllato limitando l’esborso degli azionisti di controllo, le cooperative hanno fatto ricorso, tra il 2001 ed il 2002, ad una riorganizzazione della catena di controllo. Prima di tale data, infatti, le coop erano azioniste dirette di Finsoe, che a sua volta controllava Unipol ed Holmo, queste ultime due poste orizzontalmente e non verticalmente nella catena di controllo. Per aumentare il leverage azionario, si è deciso di ribaltare la struttura: Holmo viene posta in cima alla catena azionaria, ed è controllata dalle trenta cooperative, che le vendono il pacchetto di controllo di Finsoe, nella quale entrano nel frattempo il Monte Paschi, la Hopa di Emilio “Chicco” Gnutti, JP Morgan ed altri. Finsoe diventa l’azionista di controllo di Unipol. Per rafforzare il concetto (massimizzare il controllo azionario minimizzando l’esborso degli azionisti di controllo), Unipol emette azioni privilegiate, che non possono votare nelle assemblee ordinarie ma ricevono una maggiorazione del dividendo. In tal modo, Finsoe controlla circa il 52 per cento del capitale ordinario di Unipol, ma scende al 32 per cento del capitale totale, considerando cioè anche le azioni privilegiate. Di fatto, quindi, le trenta cooperative controllano Unipol avendo il controllo diretto di neppure il 15 per cento del capitale azionario ordinario della medesima. Tutto ciò non è uno scandalo, né è illegittimo, se solo si consideri che la famiglia Agnelli, ai tempi d’oro, controllava tutto il gruppo Fiat possedendone solo il 6 per cento, e allo stesso modo De Benedetti poteva piantare la propria bandiera su un gruppo industriale-finanziario di cui possedeva in realtà solo il 3 per cento del capitale azionario aggregato. Questo assetto proprietario è stato quindi funzionale a consentire ad Unipol di fare shopping di aziende, ed accrescere il proprio peso economico, finanziario e (soprattutto) politico.

Nei fatti, le cooperative (con la benedizione dei propri referenti politici) si sono comportate esattamente come i grandi capitalisti all’italiana. Malgrado i censori della sinistra tuonino abitualmente contro le scatole cinesi, le cooperative vi hanno fatto ricorso proprio come qualsiasi altro cattivone capitalista.

Se èvero che negli ultimi anni, come rivendica Fassino, la cooperazione ha raddoppiato il numero degli occupati (appunto…), non pare tuttavia che la strategia di shopping abbia premiato gli azionisti, visto l’andamento delle quotazioni. Cento euro investiti due anni fa nell’indice Mib30, considerando il reinvestimento dei dividendi, sono oggi diventati 130; la stessa somma, investita nell’indice rappresentativo dei titoli assicurativi quotati sulla borsa italiana, avrebbe reso 128 euro. L’azionista Unipol, per contro, avrebbe visto i propri 100 euro assottigliarsi a circa 89 euro. Il tutto senza considerare l’erosione del potere d’acquisto intervenuta nel biennio. Unipol ha quindi distrutto valore per gli azionisti, anche attraverso acquisizioni che hanno reso meno del costo del capitale in esse impiegato. La conclusione cui è possibile giungere, escludendo quella di palese incapacità del management, che in un reale contesto di mercato andrebbe rimosso, è che le motivazioni delle acquisizioni non sono state di tipo economico, bensì di puro potere politico, e ad esse l’interesse degli azionisti è stato subordinato. La funzione di utilità della società è stata quindi dirottata a fini politici. Anche l’acquisizione di Bnl sembra destinata a rinverdire questa tradizione. La banca romana ha chiuso l’esercizio 2004 in rosso, mentre per il 2005 le ultime stime Nelson Information/Thomson Financial ipotizzano un utile di 14 centesimi per azione. Ciò significa che attualmente Bnl capitalizza circa 19 volte gli utili stimati per il 2005. A titolo di esempio, Banca Intesa ed Unicredito capitalizzano poco più di 12 volte gli utili attesi per il 2005. In soldoni, delle due l’una: o Unipol ritiene di poter sviluppare rilevanti sinergie e/o tagliare costi per incrementare l’utile di Bnl di almeno il 50 per cento, oppure l’acquisizione costa troppo.

Purtroppo, di tali considerazioni non c’è traccia nel dibattito pubblico italiano. Prevale invece in esso un tribalismo che ricorda i riti di appartenenza ed affiliazione mafiosa: il nemico del mio nemico è mio amico. Una cultura paramafiosa che ormai permea non solo il sistema partitico, ma tutta la cultura politica italiana, estendendosi anche a quella parte di società civile che dovrebbe avere ruolo e funzioni di avanguardia culturale nel paese, blogger inclusi. Una morale à la carte, che ha permesso le compenetrazioni tra politica ed affarismo, finendo col mettere sotto schiaffo una politica incapace di comprendere che il proprio primato deve derivare dalla capacità di fissare regole del gioco trasparenti, universali, efficaci ed efficienti per permettere al sistema-paese di sostenere la competizione globale e per consentire ai cittadini di comprendere cosa realmente è il mercato. Se invece, come appare del tutto evidente a tredici anni di distanza da Mani Pulite, e prescindendo dalle evidenti degenerazioni che quella indagine ebbe, la classe politica si ostina in larga parte a considerare se stessa come una sorta di broker, che percepisce “commissioni d’intermediazione” dal business, senza alcuna considerazione per la creazione di un mercato degno di questo nome, e se addirittura si giunge alla creazione di figure ibride e di confine tra il manager ed il politico, il risultato è la costante ricattabilità della politica ed il progressivo disfacimento (meglio sarebbe dire putrefazione) dei residui meccanismi di mercato presenti nel paese. In sintesi, qualcosa che eufemisticamente potremmo definire declino. Ecco perché, nell’Italia di oggi, la creazione di un vero mercato appare come la vera emergenza civile.

Chi oggi parla di “questione morale” lo fa in modo puramente strumentale, quando non più propriamente in malafede. E’ certamente vero che è in corso una competizione molto aspra all’interno della Disunione, in vista di quella pagliacciata chiamata Primaria, ed ogni mezzo è buono per tirare la coperta dalla propria parte. Resta da capire cosa effettivamente pensi l’elettorato di fronte a questi messaggi obliqui e criptati. Come ha detto nei giorni scorsi Cesare Salvi, viene da ridere al pensiero di vedere Clemente Mastella vestire i panni del moralizzatore. Ma si ride assai meno quando ci si rende conto che nessuno dei due schieramenti ha ritenuto di inserire, a preambolo del proprio programma, l’esigenza di creare un’economia di mercato nel senso occidentale del termine. In uno schieramento, infatti, prevalgono correnti arcaico-massimalistiche, che si ispirano a confuse velleità redistributive, assistenzialistiche e in definitiva di parassitismo sociale. Nell’altro, i gruppi d’interesse e le pulsioni corporative più retrive tengono in ostaggio ogni e qualsiasi ipotesi riformista in senso liberale.

Come Unipol ha distrutto valore per i propri azionisti

Nota: per la realizzazione di questo post sono state utilizzate solo informazioni pubbliche. In particolare, quelle provenienti dal sito Consob, dalla banca dati Thomson Financial e da quella del Bloomberg Professional Service. La ricostruzione della percentuale di possesso azionario riferita ai gruppi Agnelli e De Benedetti è stata tratta dal libro di Salvatore Bragantini “Capitalismo all’italiana”.

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