Adiconsum, l’ignoranza regna sovrana

Ieri l’Istat ha pubblicato il dato preliminare relativo all’inflazione italiana in agosto. I prezzi al consumo, dato nazionale per l’intera collettività (NIC) crescono del 2 per cento su base annua, contro il 2.1 per cento di luglio. Pubblicata anche la variazione dell’indice dei prezzi alla produzione, in rialzo del 3.6 per cento annuale. Anche questo mese non siamo sfuggiti all’abituale teatrino: se l’inflazione rallenta, ecco sindacati e associazioni di consumatori che si stracciano le vesti, sostenendo che ciò avverrebbe perché i consumi sono fermi; se l’inflazione accelera, anche di un decimo di punto percentuale, ecco l’invito perentorio al governo a “fare qualcosa, perché la popolazione è allo stremo”. Nessun dubbio circa la possibilità che non si tratti di una tendenza ma più semplicemente di rumore statistico di fondo: comunque la si giri, è sempre carestia biblica. Interessante, a nostro giudizio, questo commento del segretario di Adiconsum:

“Ancora una volta l’Istat non perde occasione per far diminuire la propria credibilità tra i consumatori – afferma in una nota Paolo Landi dell’Adiconsum – L’Istituto ha diffuso oggi i dati relativi ai prezzi alla produzione e ai prezzi al consumo: appare poco credibile che i primi (+3,6% tendenziale) siano quasi il doppio (+2,0% tendenziale) rispetto ai secondi”.

Se Landi si fosse preso la briga di verificare le proprie affermazioni, avrebbe potuto constatare che l’andamento divergente tra prezzi alla produzione ed al consumo è una costante delle economie sviluppate (o presunte tali, come quella italiana). Negli Stati Uniti, i prezzi al consumo sono cresciuti in luglio del 3.2 per cento su base annua, per quelli alla produzione l’incremento è del 4.6 per cento per i prodotti finiti, del 6.5 per cento per i semilavorati, e addirittura dell’8.4 per cento per le materie prime. Analoga dinamica si rileva nel Regno Unito, in Eurolandia, Giappone e addirittura in Cina.

I prezzi alla produzione subiscono immediatamente l’impatto degli incrementi di prezzo delle materie prime. Spostandosi a valle, lungo la filiera di produzione, le aziende perdono pricing power, cioè possibilità di trasferire sul consumatore finale i maggiori costi delle materie prime. Ciò accade perché le economie non sono più indicizzate, perché la liberalizzazione del commercio mondiale contribuisce a creare disinflazione o più propriamente deflazione (vedasi import di tessile, abbigliamento e calzature dalla Cina), oltre che per il fatto che l’occupazione resta lontana da condizioni di pieno impiego. Negli Stati Uniti, malgrado la più che soddisfacente crescita di occupazione e reddito, i consumatori devono anche gestire uno stock di debito piuttosto elevato, e ciò tende ad aumentare la loro sensitività ai prezzi di beni e servizi, dato anche il tasso di risparmio pressoché inesistente.

Quindi, nessun complotto dell’Istat, caro Landi, solo normali dinamiche macroeconomiche: detto in altri termini, it’s the economy, stupid.

Vorremmo tanto avere associazioni di consumatori liberiste, impegnate a battersi per aprire i mercati ed incrementare il benessere dei consumatori; ci ritroviamo gruppi di analfabeti economici, che sentono forte la nostalgia di controlli sui prezzi, razionamenti e tessere annonarie. Un’altra caricatura gentilmente offerta dal Teatrino Italia.