Inclinazioni

Alcuni studi pubblicati quest’anno sostengono l’esistenza di un’inclinazione politica tra i docenti statunitensi di scienze sociali. L’ultimo, in ordine di tempo sarà pubblicato sulla Critical Review, e sostiene che i professori sono in larga maggioranza Democratici e tendono ad essere ideologicamente più omogenei, all’interno del proprio gruppo di affiliazione politica, rispetto ai docenti Repubblicani. Queste le proporzioni tra i due gruppi, in base alle discipline:

    Antropologi e sociologi – 21.1 : 1
    Filosofi della politica e del diritto – 9.1 : 1
    Storici – 8.5 : 1
    Scienziati della politica – 5.6 : 1
    Economisti – 2.9 : 1

Lo studio ha anche evidenziato che i docenti repubblicani hanno maggiori probabilità di finire a lavorare fuori dall’ambito accademico, spesso in quei think tank che tanto hanno contribuito all’evoluzione dell’elaborazione politica dei repubblicani, a fronte della sostanziale sterilità del pensiero strategico dei democratici. Secondo Daniel Klein, uno degli autori della ricerca e docente di economia alla George Mason University, i dati dimostrano solidamente che la maggior parte dei docenti di scienze sociali sono “leftist and statist”, e che hanno una “narrow tent”, mentre i docenti di area o affiliazione repubblicana tenderebbero a distribuirsi tra conservatives e libertarians.

Secondo Klein, inoltre, i dati sulle attività esterne all’ambito accademico dimostrano inequivocabilmente la critica conservatrice secondo la quale nelle università esiste un preciso bias ideologico. Il fatto che, tra gli economisti, vi sia un rapporto meno squilibrato tra liberal e conservatori viene spiegato da Klein con il fatto che la disciplina si è sviluppata pressoché in contemporanea con l’ascesa del liberalismo economico (quello vero, precisa), mentre la sociologia si sarebbe sviluppata quasi come reazione al liberalismo smithiano.

Occorre tuttavia precisare che lo studio non prova evidenze di discriminazioni dei docenti in base alla loro affiliazione politico-ideologica. Concetto che viene ribadito con forza da Troy Duster, ex presidente della American Sociological Association e direttore dell’Institute for the History of the Production of Knowledge della New York University che sostiene di non aver mai visto, in oltre trent’anni di carriera, un candidato respinto in base alle sue convinzioni politiche. Il forte bias progressista di antropologi e sociologi, secondo Duster, sarebbe attribuibile al fatto che la formazione di quelle categorie di scienziati sociali esprimerebbe un giudizio di valore circa la non desiderabilità di stratificazione e diseguaglianza sociale. Affermazione che, di per sé, non fa altro che confermare il bias ideologico denunciato da Klein. Più articolata la posizione e l’intepretazione di Michael Brintnall, direttore esecutivo della American Political Science Association, secondo il quale è probabile che la linea di divisione sia metodologica, e non partitica: alcuni scienziati della politica basano le proprie idee sulla teoria della Rational Choice, mentre altri sono più attenti agli aspetti culturali. I primi sono intellettualmente più vicini all’economia, i secondi alla sociologia, per citare solo un tipo di divisione metodologica. Inutile ribadire che, se i dati di distribuzione dell’orientamento ideologico per scienza sociale si dimostrassero stabili nel tempo, sarebbe certamente utile e proficuo tentare di comprendere le peculiarità degli economisti, per validare o confermare l’ipotesi di Klein. Ma il fatto che simili ricerche tendano a suscitare un dibattito che esce dei confini accademici è indice di vitalità culturale della società statunitense.

Come noto, anche in Italia esiste un’assai meno nobile egemonia ideologica della sinistra nell’ambito accademico, che è causa ma anche effetto del corporativismo su cui poggia la rendita di posizione di quello schieramento, oltre a rappresentare un formidabile elemento inerziale al cambiamento. Sarebbe interessante se anche da noi venisse compiuta una simile ricerca. I risultati sarebbero scontati ma egualmente dirompenti, soprattutto perché difficilmente si dimostrerebbe la “neutralità” degli orientamenti ideologici nei percorsi di carriera accademica. Noi lanciamo l’idea, se qualcuno conosce studi simili già compiuti nel nostro paese, ci contatti.