Capitalismo e democrazia

Immaginate di essere il dittatore di un paese povero. In questo momento il vostro paese non dispone di istituzioni democratiche né dei fondamentali del capitalismo, quali diritti di proprietà ben definiti e meccanismi per la loro tutela. Immaginate di avere la possibilità di essere dittatore per i successivi cinquant’anni, trascorso tale termine non avrete più alcun controllo su ciò che accade. Siete un dittatore benevolo: il vostro unico obiettivo è quello di promuovere libertà e prosperità, soprattutto nel lungo periodo. Che cosa istituireste prima, capitalismo o democrazia? Secondo Milton Friedman, la priorità deve essere data al capitalismo: cioè ad un sistema ben definito di diritti di proprietà e ad un sistema giudiziario per tutelarli. In più, politiche economiche improntate al laissez-faire ed un ampio spettro di libertà politiche (parola, stampa, assemblea, religione e così via). Ma niente elezioni. Perché?

Secondo Friedman, istituire e consolidare prioritariamente un sistema capitalistico è più probabile che conduca ad una società più prospera e pacifica rispetto alla pratica corrente, fondata sulla creazione di istituzioni formalmente democratiche ma con strutture economiche molto fragili e prive dei prerequisiti per creare una stabile classe media. Ovviamente, Friedman non è un sostenitore delle dittature nei paesi emergenti, malgrado il noto travisamento del suo pensiero, relativamente al rapporto privilegiato che egli instaurò con le élites tecnocratiche cilene (ma non con il dittatore Pinochet che, giova ricordarlo, egli non incontrò mai). Per Friedman, la libertà economica è prerequisito di quella politica.

Queste considerazioni ci inducono ad analizzare due situazioni odierne, contraddittorie e molto diverse tra loro: quella cinese e quella palestinese. Nel primo caso, siamo di fronte ad un esempio di illiberalismo politico (per usare un eufemismo) e di liberismo economico, con un grado di tutela dei diritti di proprietà che sta raggiungendo i livelli occidentali più avanzati. Se le premesse di Friedman sono corrette, lo sviluppo economico dovrebbe contribuire alla creazione di una middle class, borghese ed imprenditrice, destinata ad entrare in rotta di collisione con la leadership politica nella misura in cui quest’ultima tenderà a dirigere l’economia in modo divergente dagli interessi del nuovo aggregato sociale che essa sta attivamente contribuendo a costruire. Quanto potrà durare questa contraddizione tra coercizione politica e libertà economica? Verosimilmente, fino a quando persisteranno forti dualismi reddituali tra aree rurali ed urbane, con le prime potenzialmente utilizzabili e mobilitabili dal Partito come “esercito ideologico di riserva” contro la nascente borghesia urbana in caso quest’ultima volesse emanciparsi politicamente dal pensiero unico dell’ortodossia.

Riguardo il caso palestinese, molti osservatori ed analisti hanno espresso la propria preferenza per accordi di pace che prevedessero un’amministrazione internazionale sui Territori per un periodo di alcuni anni in attesa dell’introduzione, consolidamento e decollo delle strutture economiche, attraverso l’istituzione dei diritti di proprietà e della loro tutela giuridica. Libertà di parola, di stampa, di associazione, di professione di fede religiosa sarebbero state garantite e programmi scolastici promotori del terrorismo sarebbero stati sostituiti da altri che favorissero la pace. Per lo sviluppo delle infrastrutture economiche palestinesi sarebbe stato creato un fondo internazionale di sviluppo. Solo al termine di questo percorso di creazione ed irrobustimento di una classe media (la definiremmo “società civile”, se questa espressione non fosse ormai divenuta il trademark ed il manganello ideologico della sinistra italiana) si sarebbe giunti alla celebrazione di elezioni politiche generali. Invece, ha prevalso l’approccio ritualistico della democrazia formale, assistita e parassitaria, e del finto multipartitismo, con i risultati che abbiamo sotto gli occhi.

Prevenendo le prevedibili obiezioni, non analizzeremo secondo canoni friedmaniani l’attuale condizione dell’Iraq, in quanto area territoriale non stabilizzata, dove ai fenomeni di insorgenza si sommano problematiche che risalgono alla definizione “artificiale” dell’entità statuale irachena al momento della dissoluzione dell’impero ottomano: forte disomogeneità etnica e religiosa su tutte.

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