Il tempo cambia molte cose nella vita

Sostiene il centrosinistra che la riforma costituzionale su cui saremo chiamati a pronunciarci nel referendum del 25 e 26 giugno rappresenta il prodromo della dittatura del premier, dotato di superpoteri tali da umiliare presidente della repubblica (ridotto al ruolo di Arbre Magique istituzionale) e Parlamento. Sarà. Ma il ruolo del premier nella riforma appare in realtà come la versione edulcorata dell’ipotesi di premierato forte sostenuta dal centrosinistra durante i lavori della famosa e famigerata Commissione Bicamerale di circa un decennio fa. In particolare, le “critiche” della sinistra (è riduttivo definirle in questo modo, trattandosi delle tradizionali chiamate alle armi contro l’incipiente tirannide, con contorno di “intellettuali” in formalina e autentiche idiozie, quale l’attribuzione alla attuale Costituzione del Premio Strega, con ritiro del premio affidato al neo-girotondino Scalfaro) si appuntano sul potere di scioglimento delle Camere assegnato al primo ministro. Eppure, questa idea non dispiaceva ad alcuni prestigiosi esponenti della sinistra, che certo non parlavano a titolo personale. Per Cesare Salvi, relatore di sinistra nelle sedute della Bicamerale del 28 e 29 maggio 1997:

“In Italia non abbiamo normato in Costituzione il potere di scioglimento. Non credo si possa ritenere che in tutto il resto del mondo dove questi meccanismi sono previsti ci sia una situazione di anomalia politica, istituzionale, costituzionale e democratica“. (…) “Come prevede il primo comma dell’art. 3 (della bozza di riforma costituzionale, ndPhastidio.), il primo ministro, sentito il Consiglio dei ministri, ma sotto la sua esclusiva responsabilità può sciogliere il Parlamento. A fronte della richiesta, e una volta acquisito il parere del Consiglio dei ministri, il decreto di scioglimento è un atto dovuto. Ricordavo all’inizio che si tratta di una soluzione che non credo debba suscitare eccessivi dubbi e preoccupazioni dal punto di vista della tenuta democratica del sistema. Mi limiterò ad osservare che quando qualcuno scioglie il Parlamento, non è che poi assume i pieni poteri e rinchiude i parlamentari in uno stadio di calcio: la parola viene data al popolo sovrano, e potrebbe verificarsi che, se la scelta non è ben calibrata, quello stesso popolo sovrano si formi anche un’idea ed esprima un giudizio sulla scelta stessa dello scioglimento e voti di conseguenza”.

Quanto all’impianto generale del premierato, per comprendere le oscillazioni della sinistra si può addirittura ripartire dalla tesi numero 1 del programma elettorale dell’Ulivo per le elezioni politiche del 1996. Dov’era scritto:

“Appare opportuna nel nostro paese l’adozione di una forma di governo centrata sulla figura del Primo ministro, investito a seguito di voto di fiducia parlamentare in coerenza con gli orientamenti dell’elettorato. A tal fine è da prevedere, sulla scheda elettorale, l’indicazione – a fianco del candidato del collegio uninominale – del partito della coalizione alla quale questi aderisce e del candidato premier da essi designato”.

Posizione identica fu poi espressa, nel maggio del 1997, da Cesare Salvi in qualità di relatore alla seduta numero 28 della Commissione bicamerale.

“Nel sistema britannico è determinante il congiunto effetto di meccanismi elettorali e istituzionali: formalmente gli elettori in Gran Bretagna eleggono solo il deputato del loro collegio; vorrei chiedere se qualcuno di noi ritiene che vi sia un cittadino di quel paese che non ritenga di aver ‘eletto’ Tony Blair Primo ministro. In realtà il loro voto nasce in modo indiretto ma trasparente, esplicito e chiarissimo, la scelta, l’elezione del primo ministro. Noi siamo andati oltre quella logica, proprio perché sappiamo che nelle condizioni del sistema politico italiano e del sistema costituzionale italiano occorre introdurre elementi ulteriori. In questa bozza si propone che il nome del primo ministro sia presente nella scheda elettorale accanto al nome del candidato al collegio per l’elezione del Parlamento. Non credo che se si condivide la scelta dell’elezione contestuale tra primo ministro e la maggioranza, ci possono essere meccanismi costituzionali molto diversi da questi”.

E’ ciò che la riforma costituzionale su cui ci esprimeremo il 25 e 26 giugno ha realizzato otto anni dopo, se possibile accontentando anche le richieste di Armando Cossutta, presidente dei Comunisti italiani. Cossutta vede oggi nella riforma il “prodromo di una dittatura” ma nel maggio ’97, sempre in Bicamerale. si esprimeva così:

“Sono favorevole al fatto-e lo considero molto significativo – che da ogni partito o da ogni raggruppamento che si presenta alle elezioni venga indicato agli elettori il nome del premier che si intende sostenere in caso di vittoria di quel partito o dello schieramento di cui quel partito fa parte. Ritengo persino utile che si indichi il nome di questo premier sulla scheda”.

Abbiamo già scritto in merito a quello che consideriamo l’aspetto realmente critico della riforma, la definizione di meccanismi di attribuzione delle risorse fiscali alle regioni, prevista entro tre anni dal’entrata in vigore della riforma, cioè in caso di vittoria dei si al referendum del 25 e 26 giugno.
Perché votare si? Per dare una spallata alla conservazione, e per porre le condizioni per una riforma realmente bipartisan, da effettuare nel corso dell’attuale legislatura. Non illudetevi: in caso di vittoria dei no non cambierà assolutamente nulla, perché non ve ne sono le condizioni politiche di base, ed il paese resterà imprigionato in un passato che non vuole passare. Riproduciamo parte dell’appello-proposta elaborato da Peppino Calderisi e Sofia Ventura, dei Riformatori Liberali, per motivare le ragioni del si:

Ma vi è oggi anche [un altro] ostacolo – che è di natura politico-costituzionale – alla realizzazione di una riforma bipartisan. Infatti, la gran parte del centrosinistra non riconosce alle forze della Casa delle libertà, percepite come estranee alle tradizioni politico- culturali (legittimatesi con la Resistenza) che hanno dato vita alla Carta del ’48, il diritto di modificare la Costituzione. Il modo in cui Prodi è riuscito a trasformare il 25 aprile in occasione per propagandare il no alla riforma è, al riguardo, emblematico. Del resto, come spiegare altrimenti la preclusione del centrosinistra a qualsiasi intesa sulle proposte della Cdl, nonostante la scelta della forma di governo del premier proprio in base alle tesi dell’Ulivo del ’96 e al testo del relatore Salvi nella bicamerale?

Il percorso che proponiamo – il sì per realizzare un accordo bipartisan finalizzato al miglioramento del testo – tiene conto anche di questo fondamentale problema, che è alla base della mancata legittimazione reciproca degli schieramenti. Attraverso di esso, diversamente da un percorso di revisione fatto partire da zero, cioè dalla bocciatura del referendum di giugno, l’obiettivo di una riforma migliore e condivisa diverrebbe concretamente realizzabile. Il miglioramento del testo (necessario perché molte delle critiche denunciate dai “riformatori del no” sono condivise) è infatti reso possibile dal fatto che le parti della riforma che contengono limiti e incongruenze entrerebbero in vigore solo dopo il 2011 e vi sarebbe pertanto tutto il tempo per approvare i necessari correttivi (l’unica parte del testo che entrerebbe subito in vigore riguarda le modifiche, opportune e urgenti, al titolo V). Inoltre, nel nostro scenario riformatore, su tutti gli attori in gioco penderebbe la spada di Damocle della riforma approvata. Da essa non si potrebbe prescindere e la questione della riforma non potrebbe essere elusa.

Una strana congiunzione astrale ci ha fornito un’occasione irripetibile (i processi di riforma non seguono quasi mai percorsi lineari e razionali) per forzare l’immobilismo istituzionale che pesa sul nostro paese e per costringere le due coalizioni in gioco a confrontarsi seriamente sul futuro delle istituzioni.

Chiediamo, quindi, e chiederemo ossessivamente fino al giorno del referendum, ai “riformatori del no”: perché volete privarvi dell’unico strumento di cui i riformatori, di destra o di sinistra che siano, possono concretamente oggi disporre? Per avere la botte piena (le riforme) e la moglie ubriaca (un centrosinistra unito sul referendum)? Avrete solo la moglie ubriaca e un’Italia sempre più ingovernabile.

Per queste motivazioni, il 25 giugno voteremo si.

  • Le ragioni per il Sl alla riforma con una analisi approfondita (elementi problematici inclusi) del testo della CdL (a cura di Peppino Calderisi)

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