Di truffe e truffatori

Giovanni Consorte, Ivano Sacchetti e il finanziere Emilio Gnutti sono stati condannati a 6 mesi di reclusione dal giudice di Milano Elisabetta Mayer con l’accusa di insider trading su titoli Unipol. Il giudice monocratico ha inoltre stabilito in 92.500 euro i danni patrimoniali e non patrimoniali che andranno risarciti dai tre condannati, in solido tra loro, alla Consob, parte civile nel processo, oltre alle spese processuali. Gli ex vertici di Unipol e il finanziere Emilio Gnutti sono stati inoltre interdetti dai pubblici uffici (pena sospesa) per un anno. Il termine per il deposito delle motivazioni della sentenza di oggi è stato fissato in 90 giorni.

Il pm Eugenio Fusco aveva chiesto per gli ex vertici di Unipol e per Gnutti esattamente sei mesi di reclusione e 300.000 euro di multa (il giudice li ha condannati a 100.000 euro).

I tre, secondo la procura, sapendo in anticipo (ovviamente, visto che la decisione del buyback originava dal vertice di Unipol, cioè dagli stessi Consorte e Sacchetti) che la compagnia assicuratrice avrebbe rimborsato anticipatamente due prestiti obbligazionari nel 2002 comprarono o fecero comprare a terzi titoli di quei bond per circa 100 milioni di euro. Ma come sono andate le cose?

Nel marzo 2002, Unipol decise di procedere al rimborso anticipato di due proprie obbligazioni convertibili. Una, in particolare, aveva un tasso nominale del 2.25 per cento, con scadenza al 30 giugno 2005. A causa dei rendimenti di mercato di allora, il titolo quotava ampiamente sotto la parità. Unipol decise invece di rimborsare anticipatamente (alla pari) un debito che le consentiva di risparmiare sui tassi correnti di mercato. Come magistralmente ricostruito (e denunciato) dal professor Beppe Scienza, la cooperativa bolognese spese, per il rimborso delle obbligazioni convertibili, 318 miliardi di lire. Quella somma, investita in titoli di stato di scadenza pari alle convertibili (che all’epoca rendevano il 4.65 per cento), avrebbe fruttato circa 27 miliardi di lire di interessi attivi per il bilancio Unipol. Perché i compagni-manager bolognesi gettarono dalla finestra tanti soldi? L’unica cosa certa è che l’andamento delle quotazioni della convertibile, nei giorni immediatamente precedenti l’annuncio del riacquisto, prese a salire furiosamente, con volumi in forte aumento, nel più classico caso di insider trading che la borsa italiana ricordi. Scrive Beppe Scienza:

E’ infatti molto strano che qualcuno certi giorni abbia improvvisamente fatto acquisti così mastodontici, per giunta a prezzi poco convenienti. Da inizio 2002 le quotazioni del reddito fisso sono generalmente scese, quelle delle Unipol 2000-2005 invece salite. Dunque non si vede proprio l’interesse a tali acquisti, a meno di sapere in anticipo dell’imminente rimborso. Inoltre è stupefacente che ci fosse qualcuno bello pronto, per esempio il 24 gennaio, a vendere una tale barca di titoli.

Tutto questo è sorprendente. Abbiamo cercato lumi da parte dell’Unipol, ma c’è stato raccontato che le obbligazioni erano state rimborsate perché il tasso d’interesse era alto (!). Abbiamo insistito per ottenere qualche giustificazione meno strampalata, ma nonostante ripetute telefonate la stiamo ancora aspettando.
A questo punto viene addirittura il dubbio che il rimborso anticipato, in spregio agli interessi della società, sia stato deciso proprio per permettere quegli strani acquisti.

Finanziamento illecito ai partiti? Gioco delle tre tavolette per far fare qualche soldino ad alcuni esponenti della leggendaria “razza padana” imprenditoriale? La sentenza di primo grado di oggi sanziona solo il reato di insider trading. Certo, a noi che siamo provvisti solo di ignoranza maieutica, restano le domande. Ad esempio, appurato incontrovertibilmente che la conversione del prestito procurò a Unipol un danno economico, perché Unipol non ha ancora proceduto all’azione di responsabilità nei confronti dei due suoi ex amministratori?

Nel frattempo, ci corre l’obbligo di tornare sulla legge Finanziaria, scusandoci per la monotematicità di questo periodo. Mentre la Cgil (o meglio, il suo vertice) plaude alla manovra, i metalmeccanici della Uilm hanno scoperto che essa in realtà procurerà un danno anche ai percettori di redditi bassi e medio-bassi. Per il dettaglio del grido di dolore (e della lucida analisi economica) della Uilm, vi rimandiamo alla lettura del post di Fausto. Noi vorremmo solo rimarcare che, come era lecito attendersi, la sostituzione del sistema di deduzioni per carichi familiari con uno di detrazioni, finisce col ridurre il reddito disponibile già per un lavoratore dipendente privo di carichi di famiglia ed imponibile annuo di ben 25.000 euro. Roba da ricchi. La fascia di reddito in cui un lavoratore senza carichi di famiglia inizia ad arricchirsi è quella dei 17.000 euro lordi annui: in quella circostanza, il Nostro si porta a casa ogni mese ben 6 euro in più. Immaginiamo la sua angoscia a gestire un simile, drammatico cambiamento nella sua esistenza.

E poiché il diavolo si nasconde nei particolari sappiate che, per effetto delle modifiche all’imponibile che il nuovo sistema di aggravi (definirli sgravi ci sembrava francamente troppo) provoca, su tutti i redditi si abbatterà automaticamente il peso di maggiori addizionali comunali e regionali, senza parlare di tasse di scopo ed altri nuovi balzelli locali. Per sincerarvene, consultate il calcolatore irpef del Corriere, che considera anche l’effetto delle addizionali locali, a scenario invariato.

Quanto durerà ancora questa cialtronata?

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