Un welfare per l’integrazione

Niente più sussidi di disoccupazione per gli stranieri in Gran Bretagna con regolare permesso ma che non parlino bene l’inglese e non si impegnino ad apprenderlo.
Il governo Blair ha annunciato giorni addietro questo giro di vite e ha precisato che per gli stranieri senza lavoro e poco fluenti nella lingua di Shakespeare saranno organizzate lezioni obbligatorie di inglese. La riforma è stata illustrata da Jim Murphy, sottosegretario all’assistenza sociale e scatterà ad aprile.

Secondo le statistiche ufficiali, circa il 15% dei disoccupati appartenenti alle “minoranze etniche” – in tutto circa 40.000 persone – ha grossi problemi con l’inglese e ha di conseguenza pochissime opportunità di inserimento nel sistema produttivo. Se poi riesce ad inserirsi guadagna molto meno della media nazionale. Al momento i centri di collocamento spendono in interpreti più di sei milioni di euro all’anno per i disoccupati non in grado di parlare inglese. Da aprile queste risorse saranno dirottate per il finanziamento delle lezioni obbligatorie di lingua.

Portando ad esempio la diffusa povertà tra gli immigrati in arrivo da Pakistan e Bangladesh il sottosegretario ha sottolineato che bisogna correggere questa “ingiustizia” anche per il bene della “coesione sociale” nazionale.

Si tratta quindi di una strategia di welfare-to-work ed al contempo di integrazione e contrasto delle condizioni di autosegregazione culturale, favorite dalla barriera linguistica, che tendono a favorire lo sviluppo di estremismi ed integralismi. Allo stesso modo è opportuno che i percorsi di cittadinanza per gli immigrati prevedano esplicitamente l’acquisizione, da parte dei medesimi, dei principali tratti culturali della nazione dove essi scelgono di vivere.

Per contro, un approccio etnicamente e culturalmente “neocorporativo” alla gestione dell’immigrazione, che sembra rappresentare l’opzione strategica della sinistra italiana, favorirebbe solo tensioni etniche ed abusi nell’accesso alle risorse di welfare da parte di soggetti che riterrebbero di avere solo diritti nei confronti della comunità nazionale in cui risiedono.

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