Punto di rottura

Un recente rapporto del think tank statunitense bipartisan CSIS ammonisce che la situazione afghana è giunta a tal punto di deterioramento che, “se nelle prossime settimane non si verificheranno cambiamenti eclatanti il 2007 diverrà l’anno della rottura“. Secondo le misurazioni del Post Conflict Reconstruction Project del CSIS, basato su valutazioni di breve termine, relative alla gestione dell’emergenza, ed a lungo termine, relative allo sviluppo di autonoma capacità di gestione da parte delle autorità locali, il peggioramento appare pressoché omogeneamente diffuso nei cinque settori critici per la ricostruzione afghana: sicurezza, partecipazione popolare al governo del paese, giustizia, condizioni economiche, servizi sociali ed infrastrutture.

Nel 2006, gli afghani appaiono disillusi e delusi dal lento passo della ricostruzione. C’è una crescente percezione che l’impegno internazionale non sia genuino né di lungo termine, e che l’approccio occidentale alla problematica afghana non sia sufficientemente informato. La popolazione guarda con crescente nervosismo al deterioramento delle condizioni di sicurezza al sud del paese, e si sente sempre più isolata sia dai rappresentanti della comunità internazionale che da quelli del proprio governo. Gli afghani sentono che la loro voce non è ascoltata, che i loro bisogni non stanno venendo identificati né che ad essi stia venendo assegnato il corretto ordine di priorità. Tutto ciò favorisce la vasta diffusione di teorie cospirative, che fanno il gioco dei talebani e dei signori della guerra nel vincere “le menti e i cuori” della popolazione.

In questo contesto, si prepara la grande offensiva di primavera dei talebani, che cercheranno di riprendersi le aree a minore resistenza, a cominciare da quella di Herat, dove operano truppe spagnole ed italiane. A questa azione corrisponde la reazione di Nato e Stati Uniti, che stanno aumentando gli effettivi sul campo.

A questo riguardo, non senza aver prima sottolineato che l’obiettivo di catturare il mullah Omar e gli altri capi tribali talebani è finora fallita, il CSIS critica quella che sembra essere la probabile reiterazione della strategia di interventi massivi, di terra e di aria, che sono destinati a coinvolgere pesantemente la popolazione civile, ostaggio di talebani e warlords. Per il CSIS servono non le grosse operazioni di terra e aria che sono controproducenti e danneggiano soprattutto i civili, ma “interventi mirati di 15 minuti delle forze di reazione rapida con elicotteri e blindati”. Inoltre, il think tank punta il dito sull’ignoranza discernitiva degli occidentali, che continuano a definire il conflitto esclusivamente in termini religiosi:

Applying the term Taliban to all insurgents in Afghanistan is an inaccurate way of portraying several diverse groups. In reality, the insurgents are comprised of a diverse group of antigovernment elements, including the northern and southern Taliban commands, disenfranchised powerholders, such as the Jalaluddin Haqqani Network in Paktya and Khost and a Hezb-e Islami wing led by Gulbuddin Hekmatyar in Kunar and the Wana Shura, for Paktika. The Taliban still poses the greatest strategic threat. It is often misunderstood as a fundamentalist Islamic movement, rather than what it is more likely to become, an incarnation of a long-standing tribal conflict.

Non ci sono solo i Taliban, quindi, ma anche i signori della guerra e dell’oppio, la cui coltivazione ha generato nel 2006 oltre un terzo del prodotto interno lordo afghano. Tra il 2005 ed il 2006 l’attività di eradicamento delle coltivazioni di oppio è aumentata di oltre il 200 per cento. Malgrado ciò, la superficie coltivata si è ridotta di solo l’8 per cento. A causa della corruzione capillare e pervasiva, l’eradicamento finisce col colpire soprattutto i contadini più poveri, quelli che non hanno i mezzi per pagare le tangenti ai funzionari governativi, fornendo ai Taliban l’opportunità di presentarsi come protettori dei più deboli e sfruttati. Riguardo la coltivazione di oppio, il CSIS propone misure alternative all’eradicamento puro e semplice, quali l’acquisto diretto della produzione (da destinare alla successiva distruzione) ed incentivi alla riconversione delle coltivazioni.

In sintesi, secondo il CSIS, la strategia finora perseguita dall’Amministrazione Bush e dalla NATO appare drammaticamente inefficace ed inefficiente, e rischia di riprodurre il fallimento della campagna irachena, con conseguenze potenzialmente catastrofiche in termini di indebolimento della capacità di proiezione della potenza degli Stati Uniti nel mondo.

Qualcosa su cui riflettere, anche ad uso dei nostri sentenziosi ed insipienti neocon all’amatriciana.

 

 

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