Produttività, questa sconosciuta

L’euro si è rivalutato non solo nei confronti dell’Oriente, “ma nei confronti di tutte le valute del mondo e mi auguro che non aumenti ulteriormente questo rafforzamento”. Questo è l’auspicio che il premier Romano Prodi, rispetto ai continui record della moneta europea nei confronti di tutte le valute internazionali, ha espresso questa mattina a Tokyo al termine di un incontro con il primo ministro giapponese Shinzo Abe. In ogni caso, secondo Romano Prodi, nonostante ciò crei dei “problemi al commercio” dei Paesi europei, parallelamente ha provocato “la più grande rivoluzione della trasformazione industriale europea”. Infatti, a suo avviso, la grande forza dell’euro ha smosso la pigrizia della grande industria europea provocando un deciso “aumento della produttività”. Grazie all’euro si è vista l’importanza “della più grande trasformazione dell’industria europea” ha ripetuto. Il presidente del Consiglio si è quindi ancora una volta augurato che la moneta europea smetta di crescere: “Siamo già arrivati a livelli estremamente elevati” anche se l’Europa ha già “dato prova di capacità di adattarsi ai cambiamenti. Poi…sul futuro vedremo; speriamo di non esagerare”. C’è del vero, in questa analisi prodiana.

E’ vero, ad esempio, che l’euro sta forzando la riconversione produttiva europea verso settori a maggior valore aggiunto e crescita di produttività, e questo è un bene, nella divisione internazionale del lavoro. Ma è altresì vero che i governi europei sono stati costretti ad inseguire ed assecondare tale movimento, preparando un habitat favorevole alle imprese ed all’investimento diretto estero, attraverso riduzione della pressione fiscale sulle aziende, semplificazione amministrativa e sviluppo infrastrutturale.

In Italia, ad oggi, pressoché nulla di tale habitat è stato edificato. La Germania ha avviato la riforma che ridurrà di dieci punti percentuali l’imposta federale sul reddito aziendale, la Spagna ha già detassato, la Francia lo farà entro l’anno, almeno a giudicare dalle dichiarazioni dei candidati alla presidenza. Qui da noi si discute di tesoretti e clientele, alla vigilia di una tornata amministrativa che si annuncia non facile per una maggioranza che ha fatto dell’eccesso di tax and spend il proprio logo. L’economia italiana è cresciuta, nell’ultimo anno, solo grazie alla fortissima ripresa globale, ma sta continuando a perdere terreno rispetto ai suoi principali competitor.

Nulla è stato fatto per favorire la crescita dimensionale delle imprese (a cui notoriamente l’investimento in ricerca e sviluppo è correlato), ad esempio favorendo fiscalmente le fusioni. Tutto tace, poi, dal versante della ricerca di base, cioè dal mondo dell’università, dove il ministro Mussi, dopo le rodomontate iniziali, si è assopito e trascorre ormai le proprie giornate a pensare al dopo-diesse.

I settori produttivi italiani restano largamente tradizionali e a bassa intensità tecnologica, e la crescita di utili e fatturato indotta dall’export è destinata a entrare in sofferenza al rivalutarsi del cambio dell’euro, visto che le nostre aziende operano all’estero in settori fortemente price-sensitive. Prodi lo sa, per questo sta diventando vocale sul cambio, fermo restando che dei suoi desiderata al mercato non potrebbe fregar di meno. Eppure il Professore, come uno studente abile a copiare i compiti in classe, non rinuncia a voler mettere il cappello su quelli che sono accadimenti del tutto al di fuori della sua portata. Anzi, ci si può solo rallegrare della ripresa italiana malgrado l’azione di questo governo, a essere sinceri.

Ma il dibattito italiano è talmente asfittico e profano che ormai trascorriamo le giornate a sdegnarci per quanto poco crescono i salari reali, che la sinistra e la destra sociale continuano a considerare come classiche “variabili indipendenti”. Per contribuire a combattere questo analfabetismo economico in salsa populista, e per ribadire che la crescita di lungo periodo dei salari reali è legata alla crescita della produttività (e quindi alla riconversione produttiva legata all’innovazione tecnologica) e non alla mitologica redistribuzione fiscale, consigliamo vivamente la lettura di questo bel saggio di Pierangelo De Pace su Epistemes.

UPDATE: Sulla politica monetaria della Bce, l’evoluzione del cambio dell’euro e la necessità vitale che l’Italia faccia crescere la propria produttività per garantire sviluppo e comprimere pressioni inflazionistiche, che in regime di cambio fisso ci sarebbero fatali, segnaliamo anche il post di Sofia-Il blog di economia