La Francia di Sarko parte dalla super-Iva

di Postman – © Libero Mercato

Il governo Sarkozy-Fillon ha in progetto l’introduzione della cosiddetta “Iva sociale”, una maggiorazione dell’aliquota delle imposte indirette con la finalità di ridurre gli oneri sociali in carico alle imprese, riducendo il costo del lavoro. Tale strategia, al contempo, renderebbe più costosi i beni importati, producendo l’effetto equivalente a un’imposta sui prodotti importati ed un disincentivo alle imprese a delocalizzare. La materia è molto delicata, visto che un inasprimento Iva indifferenziato per tipologie di consumi avrebbe un effetto regressivo, a tutto danno delle fasce sociali più deboli. Oggi, nel sistema fiscale francese, l’Iva determina già circa il 51 per cento del gettito totale, contro il 17 per cento dell’imposta sul reddito. Inoltre, il dieci per cento delle famiglie francesi più povere destinano l’8 per cento del reddito al pagamento dell’Iva, contro solo il 3 per cento del decile di famiglie più ricche.

I favorevoli al rialzo dell’Iva argomentano che l’obiettivo è quello di finanziare la protezione sociale collettiva, quella che rappresenta un “diritto di cittadinanza” e come tale deve essere disgiunta dal reddito individuale e posta a carico della fiscalità generale e non degli oneri sociali sostenuti dai datori di lavoro. Ipotizzando un rialzo Iva di 2,4 punti percentuali (dall’attuale 19,6 al 22 per cento), il maggior gettito stimato staticamente (cioè prescindendo da azioni e reazioni degli agenti economici al rialzo delle imposte indirette) si attesterebbe sui 23 miliardi di euro, a fronte di costi per le politiche familiari attualmente pari a circa 23-25 miliardi di euro.

La manovra pensata da Sarkozy e Fillon poggia sull’assunto che l’imposta non danneggerà i consumi in quanto le imprese ridurranno i propri prezzi di vendita in misura eguale al risparmio di oneri sociali che l’aumento dell’Iva permetterà di finanziare. Ad oggi, non vi sono prove che ciò possa effettivamente accadere, anche perché occorre verificare la struttura competitiva dei mercati francesi di prodotti e servizi. Se i mercati sono oligopolistici o comunque insufficientemente competitivi, l’esito sarà un temporaneo aumento degli utili aziendali e dei prezzi, con successiva recessione dei consumi.

Di fatto, i francesi stanno tentando di imitare il rialzo dell’Iva attuato dal governo Merkel dal primo gennaio di quest’anno. Una strategia di risposta al costante deterioramento delle esportazioni francesi verso la Germania (e non solo). Apparentemente, la strategia tedesca non ha finora causato rilevante inflazione anche grazie alla moderazione salariale che ha portato addirittura a riduzioni delle retribuzioni nominali, tanto nel settore pubblico che in quello privato. Anche per questo motivo l’export tedesco (il principale motore di crescita di quel paese) non è stato finora danneggiato dall’aumento dei costi di produzione tendenzialmente indotti dall’aumento dell’Iva (né dalla rivalutazione dell’Euro), oltre al fatto che le imprese manifatturiere tedesche operano in segmenti di mercato internazionale ad elevata specializzazione e valore aggiunto, dove la variabile prezzo non rappresenta il principale fattore critico di successo. Nulla di ciò è vero per le imprese francesi.

Di fatto, quella teorizzata da Sarkozy è una strategia tipicamente di “beggar-thy-neighbour“, che cerca cioè di scaricare sui partner commerciali i costi di una manovra equivalente ad una effimera svalutazione competitiva. E’ fin troppo facile immaginare cosa accadrebbe se tutti i paesi europei reagissero a questa manovra con comportamenti imitativi: inflazione, gelata dei consumi, recessione.

In breve, la manovra francese, congiuntamente al tentativo (fortunatamente fallito) di depotenziare la missione istituzionale della Banca Centrale Europea, attenuando il rigore monetario a tutto vantaggio di un’effimera crescita di occupazione ottenuta attraverso la crescita degli aggregati monetari, appare come il tentativo di trovare una facile via d’uscita al problema di competitività che, nel Vecchio Continente, affligge soprattutto Francia e Italia. E’ curioso che l’attuale leadership francese punti apparentemente a ripercorrere le “storiche” scorciatoie italiane delle svalutazioni competitive e dell’asservimento delle autorità monetarie all’Esecutivo. Evidentemente il cumulo di macerie italiane nell’ambito della finanza pubblica non è di sufficiente monito per alcuni politici europei troppo distratti.