Fermate il mondo, Tremonti vuole scendere

Volendo commentare la puntata di ieri di Annozero, dedicata alle difficoltà economiche di molte famiglie italiane, abbiamo solo l’imbarazzo della scelta. Mattatore indiscusso della serata è stato l’ex ministro dell’Economia, Giulio Tremonti. Il quale, tra le innumerevoli altre cose, non ha trovato di meglio che prendersela con i tempi della globalizzazione, a suo dire troppo rapidi. Come se fosse possibile gestire il timing delle trasformazioni socio-economiche planetarie. Tremonti ha sfoderato i suoi abituali cavalli di battaglia: l’euro, l’illiberalismo del modello economico cinese (e ha aggiunto pure di quello indiano), la voracità ed avidità senza scrupoli delle cattivissime banche italiane, il protezionismo “buono”, quello che ci protegge dalla “Nuova Compagnia delle Indie” chiamata Gazprom. A fare da sparring partner a Tremonti, Santoro ha pensato bene di chiamare un’anima popolana come Gianfranco Funari. Oltre, naturalmente, a mettercene del proprio, lamentando l’eccessivo apprezzamento dell’euro rispetto non solo al dollaro, ma anche allo yuan cinese. Un vecchio riflesso condizionato degli anni ruggenti delle svalutazioni competitive italiane di cui, abbiamo appreso ieri sera, destra e sinistra italiana sentono una struggente mancanza. A tentare di arginare questa rimpatriata di nostalgici bipartisan, l’eroico Alessandro De Nicola, presidente di The Adam Smith Society.

Sull’euro, Tremonti ha rilanciato:  non sarebbe stato comunque sufficiente il sistema del doppio cartellino di prezzo (in lire ed euro), per arginare la “speculazione” degli arrotondamenti e la scarsa dimestichezza dei cittadini, soprattutto anziani, con il valore delle monetine. Né sarebbe bastata l’introduzione della banconota da un euro. No, occorreva, in realtà la doppia circolazione monetaria tra valute nazionali ed euro. Ora, il doppio cartellino non è mai stato introdotto, ed al ministero dell’Economia, in quei tempi, c’era Tremonti. Certo, non sarebbe stato la panacea di tutti i mali, ma sarebbe servito. La doppia circolazione monetaria avrebbe causato la rapida dismissione dell’euro come valuta di uso comune, come facilmente intuibile, con problemi aggiuntivi legati al controllo della circolazione cartacea nel paese. Ma Tremonti, che ha sostenuto per quattro anni che i problemi dell’economia italiana erano pressoché esclusivamente imputabili all’attacco alle Twin Towers (salvo fare tardiva autocritica di fronte all’evidenza di paesi che avevano ristrutturato con successo la propria economia), ha evidentemente bisogno di tempo per elaborare la propria visione del mondo. Forse sarebbe stato meglio, nella preparazione alla moneta unica, intervenire nella liberalizzazione dell’economia italiana, ma Romano Prodi e Carlo Azeglio Ciampi, che quella fase gestirono, erano troppo intenti a bloccare il tiraggio di tesoreria delle amministrazioni locali, per abbattere artificiosamente il deficit e rientrare nel leggendario “tre-punto-zero”, per curarsi di questi dettagli.

Sulle svalutazioni competitive, inutilmente Alessandro De Nicola ha ricordato a Tremonti che la Germania da sempre associa successo di esportazioni con un cambio forte. Il problema è fare crescere la produttività del sistema-paese. Certo, non una trasformazione da attuarsi nell’arco di una notte di plenilunio, ma immaginare il futuro e gestire il cambiamento, anziché subirlo, non è mai stata la vocazione del Belpaese. Chissà, prima o poi anche in Italia si affermerà il concetto per cui l’euro non è una iattura, ma deve essere affiancato da ampie liberalizzazioni per produrre effetti benefici sulla crescita. Per ora, è molto più utile come capro espiatorio della incapacità di un’intera classe politica.

A Tremonti, che sente l’esigenza di “proteggere” le produzioni nazionali, anche attraverso l’intervento pubblico, sempre De Nicola ha ricordato la success story di Alitalia. Ad un certo momento della trasmissione abbiamo avuto la sgradevole sensazione che Tremonti fosse contrariato del fatto che ogni anno svariate decine di milioni di persone, tra Cina e India, escono dalla povertà. Ma forse era solo la nostra impressione. Inutile ricordare a Tremonti che l’investimento diretto estero in quei paesi da parte di multinazionali occidentali ha contribuito a mantenere bassi i prezzi di molti articoli di nostro uso e consumo corrente, di fatto aumentando il nostro potere d’acquisto. Il “modello Wal-Mart” al Tremonti anti-mercatista non piace proprio, ma forse ha ragione, visto che in Italia l’intera filiera della distribuzione appare assai poco idonea a trasmettere al consumatore finale i benefici della “deflazione buona”. Chissà perché.

L’ex ministro dell’Economia ha poi avuto uno dei suoi caratteristici moti di stizza quando De Nicola gli ha ricordato che, nel commercio internazionale, la reciprocità non serve e che aprire i propri mercati (anche asimmetricamente) produce benefici dimostrabili. Di questo vi è ampia evidenza teorica, ma Tremonti ha commentato con sarcasmo che il consenso degli economisti non basta a validare una teoria. E’ vero, nessuno è depositario della Verità, meno che mai in una scienza sociale, ma in questo caso vi sono altrettanto robuste evidenze empiriche. E, giova comunque ricordare, abbiamo già avuto fiscalisti a guidare l’economia italiana, ed i risultati non sono stati particolarmente eclatanti.

Ci chiediamo in cosa differisca il Tremonti-pensiero ascoltato ieri sera da quello di Diliberto. Entrambi postulano l’invarianza delle dimensioni della torta economica italiana, che in realtà si sta rimpicciolendo ogni giorno che passa, e cercano di salvare le briciole. Una logica da piccolo mondo antico, terrorizzato di spingere lo sguardo al futuro, e nostalgico dei bei tempi andati, quelli di concertazione, monoblocchi sociali e corporativismo malato.

Come stupirsi del declino di questo paese?