La peste italiana del ventunesimo secolo

I condoni. Se c’è una cosa su cui la Commissione Ue è (da sempre) assai poco disposta a transigere è la gestione del regime Iva, in termini di accertamento e riscossione. Immaginate lo sconcerto dei giudici della Corte di Giustizia europea (lo stesso della Commissione, presumiamo), quando hanno verificato che, nel 2003 e relativamente agli anni 1998-2001, lo stato italiano ha solennemente annunciato di essere incapace di accertare le operazioni imponibili ai fini Iva. Per questo motivo, la Corte ha condannato l’Italia per violazione della sesta direttiva Iva e dell’obbligo di leale cooperazione. Per l’Italia (per ora) solo la condanna alle spese processuali, quindi nessun impatto materiale sui conti pubblici. A meno che la Commissione non chieda una sanzione forfettaria a carico dell’Italia. Un impatto più sensibile, invece, sulla reputazione del nostro paese come stato di diritto. Le tasse vanno ridotte nell’ambito dell’imperio della legge, non per sanatoria statale che certifichi che alcuni contribuenti sono più uguali di altri. Ah, a proposito: quel condono fu partorito dal filosofo-tributarista che ancora oggi siede alla scrivania di Quintino Sella. Sapete, all’epoca c’era l’11 settembre, la crisi globale, i barbari alle porte, e l’Italia continuava a crescere meno del resto dei paesi Ocse. Ma lui aveva già previsto tutto, era colpa della globalizzazione. Inclusi i nostri condoni fiscali.

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