Questione di costi

Oggi Repubblica annuncia l’imminente presentazione, da parte di Intesa Sanpaolo, del piano di rilancio di Alitalia. Dovrebbe essere confermata la creazione di una NewCo di aggregazione (con Alitalia, Air One, Volare e forse Meridiana) e di una BadCo a cui destinare esuberi e costi di ristrutturazione. Possibile anche una modifica della Legge Marzano per porre la NewCo sotto accresciuta protezione dai creditori. Attendiamo che il piano sia ufficializzato, ma non possiamo non esprimere riserve, le stesse che esprimiamo dall’inizio di questa sciagurata vicenda. In primo luogo, la NewCo nascerebbe comunque come vettore regionale di dimensioni medie, continuando a mancare il fondamentale apporto di una compagnia globale, come poteva essere Air France.

Esistono inoltre dubbi di antitrust in relazione alla concentrazione degli slot sulla Roma-Catania e (soprattutto) sulla Milano-Roma. Quest’ultima tratta, ammesso e non concesso che riesca a uscire indenne dallo scrutinio di Catricalà (che potrà comunque essere defenestrato nottetempo da un emendamento leghista sulle Authority, risolvendo il problema alla radice), finirebbe col subire un’erosione e cannibalizzazione da parte dell’Alta velocità ferroviaria, pubblica e privata (la NTV di Montezemolo e Della Valle), a pieno regime dal 2011.

Riguardo la BadCo, il timore è che si riproduca un “caso Arese”, l’esito di uno spinoff della parte “irrecuperabile” dell’azienda. Il tutto a imperituro carico dei contribuenti, come ben documentato da Pietro Ichino nel suo libro “A che cosa serve il sindacato?“. Si ricordi che stiamo parlando di un numero di esuberi che difficilmente scenderà sotto le 4000 unità, e che potrebbe anche essere doppio di tale cifra. La validità del piano Intesa Sanpaolo in termini di costi e ricavi dovrà essere confrontata, quindi, con la soluzione Air France. Solo tirando queste somme sarà possibile sapere se il contribuente italiano ci rimette o ci guadagna.

La motivazione fondamentale con la quale il governo giustifica da sempre il salvataggio è la necessità di mantenere in mani nazionali una società utile al turismo italiano. Motivazione assai gracile, invero: negli ultimi anni il trasporto aereo passeggeri in Italia è comunque fortemente aumentato (tranne che per Alitalia, s’intende): difficile pensare che un acquirente straniero, in presenza di redditività autentica ed accertata delle rotte turistiche italiane, avrebbe rinunciato a sfruttare l’opportunità. Si potrà obiettare che l’eventuale redditività della nuova Alitalia avrebbe finito col beneficiare un paese terzo, attraverso le imposte pagate all’estero. Obiezione in realtà superabile, ove il governo negoziasse con l’acquirente straniero il mantenimento della direzione di Alitalia sul suolo italiano. Non abbiamo parlato del potenziale conflitto d’interessi di Intesa Sanpaolo, che con la ristrutturazione di Alitalia per aggregazione con Air One tutelerebbe il proprio credito nei confronti della società di Carlo Toto, ma in un paese dove si respira conflitto d’interessi bipartisan in ogni minuto aspetto della quotidianità, possiamo considerarlo veniale, perché almeno la banca di Corrado Passera apporta comunque expertise. Sempre riguardo il contribuente italiano, è di ieri una notizia passata sotto silenzio dai mainstream media italiani. La Commissione europea ha pubblicato sulla Gazzetta Ue la propria posizione ufficiale sulla erogazione governativa di 300 milioni di euro ad Alitalia. E si tratta, come nelle attese (nostre), di una sostanziale bocciatura, che prelude alla richiesta di restituzione della somma.

Nel testo pubblicato la Commissione osserva che ”a questo stadio” appare ”poco probabile” che un investitore privato, davanti a una situazione finanziaria di Alitalia ”gravemente compromessa” avrebbe acconsentito a concedere alla compagnia ”qualsiasi prestito e, a maggior ragione, un prestito” poi imputabile ”in conto capitale”. Questo anche se il prestito è stato concesso a un tasso d’interesse maggiorato di 100 punti-base. Una contestazione ”tanto più plausibile” alla luce del fatto che, rileva ancora la Commissione, la decisione di concedere il prestito è giunta ”a seguito del ritiro il giorno stesso di un’offerta d’acquisto di Alitalia”. La Commissione va anche oltre, sottolineando che, sulla base delle informazioni trasmesse dall’Italia, al momento della concessione dell’aiuto ”non esisteva alcuna prospettiva certa e immediata di acquisito di Alitalia da parte di un investitore”. E che non può essere considerata come tale ”la lettera di Bruno Ermolli ad Alitalia, citata dalle autorità italiane a dimostrazione dell’interesse di imprenditori e investitori italiani per l’elaborazione di un progetto di rilancio della compagnia”.

Dopo aver scartato la possibilità che l’operazione in favore della compagnia possa rientrare nel campo di applicazione di diverse deroghe sulla concessione di aiuti pubblici, la Commissione, nella sua decisione esclude, almeno per ora, che l’intervento pubblico possa essere giudicato compatibile con il mercato comune ”in applicazione degli orientamenti comunitari sugli aiuti di Stato per il salvataggio e la ristrutturazione di imprese in difficoltà”. Né a questo fine viene accolta da Bruxelles la necessità, a cui ha fatto riferimento l’Italia, di garantire per ragioni di ordine pubblico e continuità territoriale il sevizio pubblico assicurato dalla compagnia aerea.

Restiamo quindi in attesa di conoscere il dare e l’avere dell’intera operazione.

P.S. A beneficio dei nostri lettori e blogger di centrodestra confermiamo che la linea editoriale di questo sito è quella liberista e fiscalmente conservatrice. E questo senza fare sconti ad alcun governo. Per questo motivo troviamo sorprendente (meglio sarebbe dire deprimente) leggere di neppure troppo velate critiche nei confronti di chi, da posizioni di centrodestra, ritiene di non poter avallare entusiasticamente l’operato del governo Berlusconi, per quanto fin qui mostrato. Non è questione di stile narrativo o di bon ton: il buonsenso ci suggerisce che molti blogger di centrodestra sarebbero stati particolarmente vocali (per usare un eufemismo) se un governo di centrosinistra avesse adottato misure di politica economica come quelle finora attuate dal governo in carica. Si chiama senso critico, crediamo. Per noi la stella polare resta quella delle liberalizzazioni e della riduzione della pressione fiscale. Potrebbe esserci obiettato che è passato troppo poco tempo per esprimere giudizi definitivi, ma i nostri non sono (ancora) tali. Fuori di filosofia, e senza scomodare Ayn Rand, Popper e Aristotele la valutazione sulla politica economica del governo la farà, nei prossimi trimestri, il dato sul prodotto interno lordo o meglio il differenziale tra la media europea ed il dato italiano. Un metodo neppure troppo grezzo ma certamente oggettivo per dare pagelle senza salire in una cattedra che non abbiamo né ci interessa avere, a differenza di altri padri nobili del blogging in lingua italiana. Fortunatamente, l’economia è una scienza sociale: vive di ipotesi falsificabili, non di dogmi. Ma ciò non eslcude che alcune “ipotesi” siano così manifestamente sghembe che la loro applicazione causerebbe gravi danni ai cittadini-contribuenti. Ed è anche sulla base di motivazioni così poco ideali (la difesa del nostro portafoglio), che non possiamo condividere la posizione di quanti sostengono questa maggioranza “a prescindere”, soprattutto se tale posizione proviene da chi (per sua fortuna) non è più neppure cittadino italiano, e le tasse le paga a stati meno futilmente voraci.

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