Saldi di fine stagione. Ovvero la matematica non è una percezione

di Galatea

Di economia non capisco una cippa. Come molti laureati in lettere – ok, diciamo come la maggior parte dei laureati in lettere – ho nei confronti di formule matematiche, percentuali, calcoli in genere una forma di assoluto pregiudizio, o meglio un approccio improntato alla massima diffidenza: diciamo che, a voler essere buoni, con i numeri cerco di limitare i contatti sociali a ciò che proprio non si può evitare: il calcolo della spesa quotidiana, il conteggio dei minuti, le somme e le sottrazioni dal dare e avere del conto corrente. Per me le oscillazioni di borsa sono oscure quanto le influenze astrali nel tema natale dell’oroscopo, se mi parlano di bond penso che si riferiscano ad un agente segreto, e l’indice Dow Jones, a quanto ne so, potrebbe benissimo essere il nome proprio del dito di un non meglio identificato signore di origine anglosassone.

Quindi, quando l’autore di questo sito, che di economia ne capisce, mi ha chiesto di scrivere qualcosa per Phastidio, confesso che mi sono venuti i capelli ritti in testa: e di che cavolo parlo, io che di economia non so nulla? Poi, da brava donna comune assolutamente digiuna di scienza economica, ho aperto il tiggì, e – miracolo miracolo! – l’idea per un post mi è germinata immediatamente nel cervello: poi dicono che la tv ammazza la vena speculativa del pubblico, ‘sti impuniti.

Il servizio ispiratore non ricordo su quale canale fosse, ma a questo punto è ininfluente: si trattava del solito pezzullo in cui il giornalista veniva inviato in giro con telecamera a spalla ad intervistare a caso persone per strada e nei negozi. Il tema del servizio era: “Sono cominciati i saldi di fine stagione, funzionano?”. La risposta inequivocabile in questo tipo di servizi è già scontata: no. Non si tratta di crisi economica, di stagnazione e di problemi congiunturali oggettivi: ma, qualsiasi sia l’argomento, se si manda un giornalista in giro con la telecamera a chiedere per strada se una certa cosa funziona o se la gente trova ingiusto qualcosa d’altro, la risposta che si ottiene è già determinabile a priori: ti diranno che è tutto uno schifo, che si stava meglio quando si stava peggio, e altre prevedibili amenità . Non sto dicendo che la crisi non ci sia: dico solo che persino in anni in cui i negozi erano presi d’assalto da torme di acquirenti, la gente si litigava un capo a mosse di wrestling e i negozi a fine giornata erano più devastati di Roma dopo il sacco dei Lanzichenecchi, i commercianti intervistati dal solerte cronista mostravano un volto affranto, prossimo alle lacrime, e spiegavano che l’annata era fiacca, la gente poco incline a spendere e i guadagni più risicati delle annate precedenti.

Non ho mai capito che senso abbia, e tanto meno che validità informativa possa avere, mandare un giornalista il giorno dopo l’inizio dei saldi a intervistare dei commercianti a caso. Si dirà (cioè, si dice proprio: ho fatto la giornalista per dieci anni, lo so): è un pezzo di colore, e poi è tanto per farsi un’idea generale della situazione, sentire il polso. Ma si dimentica che il giornalista, anche quando descrive un fenomeno in fieri e quindi è costretto ad arrabattarsi con dati parziali tirati su in fretta sul campo, sempre informazione fa. Al suo pubblico può dare dati parziali, ma quelli devono essere corretti e correttamente acquisiti. Ora, prendiamo uno a caso di questi servizi: panoramica su strada con negozi, immagini di gente che compra; poi zoom sul proprietario e fatale domanda: «C’è stata una flessione nelle vendite?». L’intervistato atteggia il volto alla tristezza estrema ed oracola: «Ah, sì, certo, almeno del 20 per cento!».

Invidio sempre la capacità analitica di questi esercenti, in grado di quantificare così, all’impronta, con una sola occhiata, la flessione nelle vendite. Per dire, fior fiore di economisti ci metterebbero almeno un giorno di lavoro serio, spaccandosi la testa a far percentuali, incrociando dati di vendita, flussi di pubblico, andamenti di visitatori, tabelle divise per quartieri e città. L’esercente-tipo da intervista no, non necessita di tutto ciò: dà un’occhiata a volo d’uccello alle cinque persone che ha in negozio, e non ha bisogno neppure di controllare la cassa, per quantificare con precisione assolutamente matematica il suo 20 per cento mancante. Rispetto a cosa, poi, è un mistero. Ai saldi dell’anno scorso? All’intero periodo, alla prima giornata, a quanto normalmente si fa nei negozi simili al suo, o in quelli del quartiere, o in quelli della sua città? Calcolato, insomma, su quali parametri? Non si sa, non si capisce, e all’intervistatore non sorge neppure il dubbio che forse dovrebbe domandarlo, o almeno affiancare, alle dichiarazioni generiche dell’esercente, qualche tabella fatta seriamente, non il solito “sondaggio” non meglio determinato dichiarante che gli italiani quest’anno hanno intenzione di spendere meno, o di più, o uguale; cosa che, dal punto di vista economico, ha la stessa validità che può avere un sondaggio fatto sul gradimento dell’ultimo taglio di capelli di Paris Hilton.

Viviamo in un mondo in cui l’economia ha un peso rilevante, direi determinante sulla vita quotidiana di ognuno di noi, e in un’epoca in cui, spiace dirlo, anche lo sternuto di un Indios in Patagonia rischia di mandare in rovina una generazione di impiegati in Islanda; in cui spesso l’idea che ci facciamo di come va il mondo è mediata da ciò che vediamo attraverso i teleschermi ed i monitor del nostro computer. Diventa perciò fondamentale che le notizie che ci arrivano siano quanto più possibile precise e affidabili, o si rischia di innescare, magari in assoluta buona fede, un meccanismo perverso. Non si tratta di offrire notizie di marca opposta senza prendere una posizione, con l’alibi di una qualche pretesa forma di par condicio, ma di chiarire i criteri con cui le notizie sono state raccolte, differenziando in maniera evidente il ghirigoro di colore letterario dal reportage serio. In una economia in cui la crisi c’è, far girare cifre a caso, frutto della “percezione” momentanea di questo o di quello, e non corredandole o bilanciandole con dati reali e scientifici può portare al peggioramento della crisi stessa, trasformandosi in una pericolosa forma di profezia autoavverante, soprattutto quando questi dati bislacchi vengono poi divulgati presso un pubblico (come me) che non ha spesso alcuna formazione economica per poter rendersi conto di quanto essi possano essere arbitrari o inattendibili.

Non voglio un tiggì che mi dica che tutto va ben, madama la marchesa; ma, siccome io non sono in grado di sapere se davvero la flessione nelle vendite è del 20 per cento (o del 30, o del 5, o non c’è stata alcuna flessione), vorrei essere sicura che quando lo sento dire ad un tiggì quello che mi viene detto è vero, o almeno è verificabile oggettivamente. Siamo in un paese in cui persino il dato più oggettivo, la temperatura, viene corredato da quello “percepito” e, alla fine, a furia di dire che fa caldo, persino chi non sente afa suda. Ma non dimentichiamo però che l’economia è una strana bestia, peggio della calura: a furia di parlare di “jella percepita”, c’è il rischio che la jella si trasformi in qualcosa di tremendamente reale.