Forme evolute di welfare-to-work

Il presidente della commissione Lavoro della Camera Stefano Saglia è, come recita il suo profilo sul sito della Camera, un diplomato ragioniere, oltre che giornalista professionista. Il suo sito personale, inoltre, ci informa che egli è “amante della lettura, della buona cucina e del cinema”, e che “ha sempre avuto un particolare interesse per le materie economiche e per il rapporto esistente tra attività produttive, formazione e problematiche sociali.” Forte di queste indiscutibili credenziali, ieri Saglia ha auspicato che ”il Governo non affronti il tema degli esuberi di Alitalia solo con la vecchia logica della mobilità e degli ammortizzatori sociali.” Applausi a scena aperta da parte nostra.

Sempre più scroscianti proseguendo nella lettura del Saglia-pensiero:

“Se invece – continua – il Ministro Sacconi metterà in campo le nuove politiche del welfare to work che significano formazione, orientamento e ricollocamento meriterà tutto il nostro sostegno e vincerà una grande sfida. L’Alitalia – prosegue Saglia – è un banco di prova interessante per le nuove politiche attive del lavoro.”

Questa è musica per le nostre orecchie, soprattutto in un momento in cui il governo sembra incline ad erogare agli esuberi Alitalia ben sette anni di copertura reddituale, quattro di cassa integrazione straordinaria e tre di mobilità lunga per chi avrà i requisiti anagrafici per accedere al maxi-scivolo. Evidentemente, una simile misura risulterebbe l’ennesima distorsione al mercato del lavoro, in cui una categoria di lavoratori godrebbe di tutele non ottenibili dall’universo dei lavoratori italiani. Per questo motivo ci sembra encomiabile l’iniziativa di chiunque tenti di importare anche nel nostro paese i meccanismi di tutela attiva già presenti altrove in Europa, dove il lavoratore viene iscritto ad una lista di collocamento, percepisce un sussidio di disoccupazione ma può rifiutare solo una o due volte i lavori che gli vengono offerti, pena la perdita del sussidio. Forse è la volta buona, ci siamo detti. Forse da un’operazione discutibile come il salvataggio di Alitalia può nascere un autentico welfare-to-work.

Nulla di ciò. Rassicuratevi, o voi che temete il liberismo selvaggio che da sempre piaga questo paese: Saglia specifica in dettaglio il “suo” concetto di protezione welfaristica attiva:

“Suggerisco che i primi ai quali vada proposta l’assunzione dei lavoratori siano proprio i nuovi soci della Compagnia italiana così da smentire l’idea di socializzazione delle perdite e di privatizzazione dei benefici. Penso in particolare a quegli imprenditori che operano principalmente nei settori regolati, poco esposti alla concorrenza, beneficiari di concessioni pubbliche.”

E quindi, per il nostro ragioniere-gourmet, occorre “indurre” i capitani coraggiosi (soprattutto quelli che operano in contesti a bassa concorrenza, in quanto titolari di concessione governativa) ad assumere i cassintegrati Alitalia. Perché, in definitiva, la loro rendita è tale da consentire di assumere lavoratori di cui non hanno bisogno. E se l’operazione si rivelasse costosa, non temano: sarà sempre possibile agire sulle tariffe pagate dall’utenza, in modo da ripristinare un grado “accettabile” di redditività per i nostri “campioni nazionali”. Chessò, prezzi dei biglietti aerei su rotte monopolizzate, pedaggi autostradali indicizzati all’inflazione, ampliamento di aeroporti e così via.

Diciamocelo: si tratta dell’uovo di Colombo. Non è vero che con l’operazione-Alitalia privatizziamo gli utili e socializziamo le perdite, che diamine. In realtà socializziamo anche l’eccesso di manodopera, previa compensazione degli audaci concessionari di Stato. Forse abbiamo scoperto la quintessenza di quel concetto di “economia sociale di mercato” di cui questo governo e questa maggioranza favoleggiano da sempre. Che poi, pare di capire, sarebbe l’elevazione a sistema del conflitto d’interesse, del quid pro quo, del manus manum lavat, del do ut des. E’ il “dì che ti mando” io in cui noi italiani siamo indiscussi maestri. Al diavolo Tony Blair e la sua fallace terza via.

E probabilmente non è un caso che questo rivoluzionario meccanismo di moto perpetuo con il denaro dei contribuenti-utenti sia stato suggerito da un ragioniere amante delle buone letture, della non meno buona cucina e da sempre attento studioso del “rapporto esistente tra attività produttive, formazione e problematiche sociali”. Dovessimo mai scoprire che l’unico vero “progetto Fenice” è la ricostituzione dell’Iri?

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