Tutto merito delle quote rosa

di Perla

Se non ci fossero state le quote rosa in Alaska ma col piffero che oggi la candidata vice alla Casa Bianca si chiamerebbe Sarah!
Non sappiamo se Sarah Palin sia arrivata a governare il suo paese grazie a un posizionamento favorevole nella lista dei Repubblicani, imposta dalle donne candidate per il cinquanta per cento in quota rosa nel partito o se, come riempitivo alla quota stessa, si era lasciata assegnare un posticino, rispettando supinamente l’ordine alfabetico.
Se così fosse bisognerà ammettere che, data l’iniziale P, la futura vicepresidente degli Stati Uniti è stata premiata al di là della sua stessa volontà.
Facile ironia a parte, con la governatrice dell’Alaska si conferma che sono la passione politica, l’intelligenza, la determinazione e l’energia vitale che portano le donne ai vertici del potere, di qualunque potere si tratti.

Con Sarah Palin franano sempre di più quei luoghi comuni vetero femministi e politicamente corretti che umiliano le donne, riducendole alla stregua di numeri o di fiorellini da mettere all’occhiello dei segretari dei partiti. Luoghi comuni sbandierati dalle stesse partitocrate ammuffite, che vedono nella politica il mezzo per assicurarsi il posto fisso al parlamento, obbligatorio per legge quando si tratta di donne; un modo infallibile, insomma, per creare un esercito di piccole burocrati portatrici d’acqua.
Ma, grazie a Sarah e a tutte le donne capo di stato che la storia dei nostri giorni ha conosciuto,  naufragano, finalmente, anche le falsificazioni di genere che santificano (laicamente s’intende) le donne quali portatrici di pace, per forma mentis, cultura e eredità genetica. Le grandi donne nuotano in mare aperto, rischiano e non si fanno irretire da ridicoli salvagenti con stampato il numerino rosa.
Sarah Palin ci rallegra! E’ molto giovane e ha molto da imparare (non più di tanti altri presidenti e vice che hanno occupato la Casa Bianca, però) ma non abbiamo dubbi sulle  sue doti, sul suo potenziale di apprendimento e sulla sua volontà di ferro, che la porteranno dove una quasi out sider come lei dovrà mettercela davvero tutta per arrivare.

Noi siamo stati appassionati lettori dei meravigliosi racconti di Jack London e, se pur consapevoli della non storicità del nostro dire, pensiamo che Sarah Palin è la governatrice dello stato meno geograficamente americano ma che, più di ogni altro, rappresenta, per l’immaginario di molti, la mitica, avventurosa e selvaggia epopea dei grandi pionieri, giunti dall’Europa nel nuovo mondo e che Sarah Palin sembra davvero impersonare.
La poesia è finita, la prosa della competizione elettorale, senza esclusione di colpi, è iniziata; pertanto non fatevi prendere dal politicamente corretto, Sarah non verrà fatta a pezzi in quanto donna, ma in quanto running mate di John McCain, l’avversario da abbattere a tutti i costi.
Ora non ci resta che ringraziare della gentile ospitalità il titolare di questo prestigioso blog, che ha sottoposto e sottoporrà (sigh) le azioni politiche della nostra beniamina ad analisi e stroncature di cui saremo interessati e attenti fruitori.

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Siamo assolutamente certi che Sarah Palin non ha costruito la propria carriera politica all’interno di un sistema di quote rosa, ci mancherebbe. Anzi, per noi da questo punto di vista Palin è un essere asessuato. Siamo tuttavia assai meno certi che la sua scelta come candidato vicepresidente repubblicano non sia dipesa da un altro sistema di quote. Ad esempio, le quote dei sostenitori del Secondo Emendamento, sul diritto a portare armi; le quote dei Pro-Life; quelle dei sostenitori del Creazionismo; quelle dei contrari all’insegnamento nelle scuole dell’educazione sessuale. E così via, escludendo per evidenti motivi di buonsenso la quota degli elettori e delle elettrici di Hillary Clinton. Sono le regole del gioco, in fondo. Un McCain talmente maverick da essere inviso ad ampia parte della base ultraconservatrice del GOP ha (avrebbe) scelto il nome più adatto, a suo giudizio, a neutralizzare questa vulnerabilità, ritenendola più problematica e pericolosa dell’eventuale smottamento al centro causato da un Obama che ha considerevolmente attenuato i toni “leftist” dopo la vittoria alle primarie. Sappiamo anche che McCain è noto per essere uomo dalle decisioni istintive, quasi viscerali, e la “funzione di utilità” alla base della scelta di Palin resta imperscrutabilmente occultata nella sua mente, per quante analisi dietrologiche il resto dell’umanità possa compiere. Ciò premesso, non conosciamo Sarah Palin e non abbiamo elementi per entusiasmarci di lei, da nessun punto di vista. Anche se abbiamo appreso qualcosa in più in questi giorni. Ad esempio, che guida lo stato americano col più alto indice di corruzione politica (ovviamente ciò non le è imputabile) ed al contempo col maggior importo pro-capite di earmarks, cioè di attribuzione di fondi federali per programmi di spesa che sono frutto di prevalente attività di lobbying. Ancora, abbiamo appreso che Palin, che pur oggi dichiara di essere ferocemente contraria agli earmarks (come lo stesso McCain, che ha un impressionante record di coerenza legislativa a questo proposito), non è sempre stata di questa opinione, sia nel passato recente che in quello più remoto, quando assunse un lobbysta professionista da utilizzare a Washington in nome e per conto della piccola municipalità di Wasilla, di cui è stata sindaco. Ecco, diciamo che tutti questi fatti e fattoidi aumentano la curiosità per i motivi alla base della scelta di Palin. Non ci entusiasmiamo leggendo che il governatore va a caccia di alci ed è un eccellente driver di gatti delle nevi, tutte skills comuni a gran parte degli abitanti del suo stato: informazioni poco rilevanti non per noi, che c’entriamo poco o punto, quanto per gli abitanti di Forth Worth, Columbus, Fresno, Detroit. Come europei, ci preoccupa certamente di più il fatto che Palin appaia eufemisticamente carente in politica estera, e non abbiamo modo di sapere se la sua scelta, in questo ambito, non sia in qualche modo ascrivibile alla “quota” degli americani che hanno una concezione del mondo piuttosto “semplificata”, per così dire. La vita è tutta una quota, in fondo. Volendo fare il gioco di società che va di moda qui da noi ogni quattro anni potremmo dire che, da “elettori virtuali” di John McCain, la scelta di questo vicepresidente ci lascia perplessi. Ma è solo un decadente gioco di società europeo di fine estate, nulla di più.

Un grande ringraziamento a Perla per il contributo, che ci auguriamo possa alimentare dibattiti e riflessioni sui tanti luoghi comuni con i quali ci confrontiamo.