La pistola alla tempia del cavallo

Henry Paulson ha “persuaso” le nove principali banche statunitensi ad accettare un’iniezione governativa di capitale per 125 miliardi di dollari, ma convincerle a tornare a prestare potrebbe essere impresa ardua. L’acquisto governativo di quote di capitale in Citigroup, Morgan Stanley ed altre sette grandi istituzioni avviene infatti senza alcuna garanzia che l’investimento possa scongelare i mercati del credito, né fornisce al Tesoro posti nei consigli di amministrazione o qualsiasi altra leva per fare in modo che le banche utilizzino effettivamente i fondi per sostenere l’economia. Sono peraltro gli stessi funzionari governativi a riconoscere questo limite dell’intervento, che è concepito esclusivamente come incentivo a fare utili prestando fondi anziché tesaurizzandoli per rafforzare i propri bilanci. La garanzia pubblica sull’accesso alle fonti di finanziamento e l’irrobustimento della base di capitale dovrebbero quindi servire a rendere visibile e manifesta la convenienza a far soldi attraverso il credito.

Anche se l’intervento è progettato per minimizzare l’invasività pubblica nella governance delle banche, non si può negare che viviamo tempi eccezionali ed interessanti, e che negli ultimi due mesi di fatto l’Amministrazione Bush ha detto alle banche cosa fare per sopravvivere. Come sempre, i regolatori possono comunicare con i regolati attraverso direttive formalizzate, ma sono possibili anche forme più sottili di pressione per costringere il cavallo a bere, o meglio a prestare. L’assenza di diritti di voto nelle partecipazioni appena assunte dal governo, e l’orientamento pro-market di Paulson, che ha espresso pubblicamente il proprio rammarico per l’intervento pubblico in quelle che dovrebbero restare aziende private, sono condizioni necessarie ma non sufficienti dell’assenza di ingerenza pubblica.

Il passaggio del controllo del credito in mani governative sta producendo molteplici effetti collaterali. Il piano di riacquisto di commercial paper da parte della Fed, istituito la scorsa settimana, non prevede che la facility possa essere utilizzata anche dai prestatori che finanziano gli acquisti di auto. I lobbysti del settore stanno già muovendosi in massa per ottenere l’inclusione nel programma. Contemporaneamente, si osserva un ampio (e razionale) restringimento degli standard creditizi: ad esempio GMAC, il finanziatore di prestiti auto in parte posseduto da General Motors, ha annunciato che presterà solo a soggetti che abbiano credit scoring pari almeno al punteggio di 700 (il livello mediano dei consumatori statunitensi è 720). Ma cosa succederà se (o meglio, quando) questi prestatori saranno inclusi nel programma federale? Che gli americani con una cattiva storia di credito sulle spalle si rivolgeranno ai propri politici di riferimento, che a loro volta faranno pressioni sui prestatori sussidiati per allentare le maglie del credito, estendendolo anche ai cattivi pagatori, e sarà molto difficile che ne ottengano in cambio un rifiuto, per evidenti motivi. L’esito più probabile sarà un aumento delle insolvenze che, attraverso il meccanismo della garanzia pubblica in bianco, finirà col gonfiare il deficit al punto da costringere ad azioni di monetizzazione, che sarebbero l’inizio della fine del sistema.

Queste sono le unintended consequences dei piani di salvataggio pubblico, con o senza azioni con diritto formale di voto e seggi nei consigli di amministrazione. Esse vanno ben oltre le volontà dei singoli e l’eventuale loro professione di fede liberista.

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