Come nelle attese

Il neonato stato-fallito del Kosovo sta bloccando il dispiegamento di EULEX, la missione dell’Unione Europea finalizzata a creare nel paese balcanico le strutture di polizia, magistratura e doganali di una democrazia compiuta. Nei giorni scorsi il segretario generale dell’Onu, Ban Ki Moon, ha elaborato un piano in base al quale la missione dell’Onu UNMIK sarebbe diventata referente delle infrastrutture giudiziarie e di polizia nelle zone a maggioranza serba. Pristina si oppone, sostenendo che la misura sarebbe una violazione della costituzione ed un attentato alla sovranità territoriale del Kosovo.

In un altro incidente, i kosovari hanno arrestato tre funzionari dei servizi segreti tedeschi, con l’accusa di aver fatto esplodere un ordigno davanti alla sede di rappresentanza della Ue, a Pristina. Secondo la stampa tedesca, i tre stavano in realtà svolgendo indagini sul crimine organizzato legato a politici locali. La vicenda non rappresenta un fulmine a ciel sereno, date le premesse: quelle di uno stato etnico-tribale pesantemente condizionato dalla criminalità organizzata, e le cui élites avrebbero seri problemi a convivere con una missione destinata ad esercitare una supervisione significativa sull’esercizio della legalità.

Il doppiopesismo americano ha aperto il vaso di Pandora dell’indipendenza di Pristina (priva di fondamento giuridico ma anche politico, stante la non desiderabilità di avere stati configurati etnicamente), da cui è già uscito il conflitto russo-georgiano di agosto. Altri ne seguiranno.

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