Nel paese degli oligarchi

«Con l’adesione di ieri al modello franco-tedesco da parte del governo Berlusconi, è come dire ai patti di sindacato italiani che tutto ciò che controllano oggi lo controlleranno per sempre, se sarà per loro conveniente continuare a farlo e così continueranno a pensarla. Se si incrocia questa stretta con l’abbattimento delle mura incrociate tra banca e impresa – anche questa una norma “europea” – il risultato è che banche e industriali sindacati risolveranno ancor meglio tra loro il problema degli incroci che fino a prova contraria occorrerebbe aiutare a smontare, invece che rafforzare con acciaio e cemento. Naturalmente, è il punto di vista di un liberista. Ma per carità di Dio, evitiamo di raccontarci che queste norme servono per salvarci dai fondi sovrani “cattivi” di chissà quale paese straniero perché in quel caso, per aziende come Enel, Eni e anche la Telecom privata, bastava l’azione speciale nelle mani del governo di fronte a nuovi assetti considerati “a rischio” per asset strategici al Paese. Questa stretta ha un altro significato: non sono solo i sindacati come la Cgil a esercitare in momenti topici potere di influenza verso la politica. Ci sono anche i patti, di sindacato.» – (Oscar Giannino, Libero Mercato, 29 novembre 2008)

Proprio così: l’Italia è un paese da sempre fortemente incistato da corporazioni di ogni tipo. I patti di sindacato ne sono una variante, dal versante degli assetti di controllo societario. E come ogni sindacato che si rispetti, tendono anch’essi ad esercitare una più o meno intensa azione di lobbying sugli esecutivi. Questo esecutivo e questo premier, poi, stanno perseguendo una strategia di coalition building per sottrarre alla sinistra parte dei poteri forti finanziari e creditizi. La crisi globale rappresenta quindi un catalizzatore per parlarsi ed intendersi, e l’attenuazione della passivity rule, per scimmiottare Sarkozy e Merkel, è perfetta allo scopo.

Da questa corrispondenza di amorosi sensi c’è, al solito, un unico sconfitto: il mercato. Che poi, verrebbe da ridere se non vi fosse da piangere. Un paese come l’Italia, che mai ha avuto un mercato degno di questo nome e sempre ha dovuto convivere, anche per storici influssi cattocomunisti, con un ossimorico “mercato amministrato”, improvvisamente scopre di doversi difendere dal mercato medesimo. Officiante il gran sacerdote del moralismo antimercatista, Giulio Tremonti, e le sue dotte e personalissime riletture storiche.

Ricordate la celebre frase tremontiana sulle banche? L’obiettivo dell’intervento pubblico è quello di “tutelare i risparmiatori, non i manager che hanno sbagliato nella gestione“. Scherzava, ovviamente. Con l’attenuazione della passivity rule i manager che sbaglieranno, distruggendo valore per incapacità o per aver perseguito obiettivi extraeconomici, magari con il consenso degli azionisti di controllo, non avranno nulla da temere: saranno protetti da scalate ostili e potranno organizzare tutte le poison pills che desiderano senza intralci assembleari, perché guidano aziende molto peculiari e troppo politicamente connesse non solo e non tanto per fallire, quanto anche solo per essere insidiate da qualche outsider che vuol fare mercato e non pastette.

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