Premio sciocchezza del giorno

Ad Antonio Di Pietro, che esprime con motivazioni da signoraggista da trivio la propria preferenza per la vigilanza prefettizia sull’erogazione del credito da parte delle banche che emetteranno i Tremonti Bond. Poiché (secondo Di Pietro e i suoi amici cospirazionisti) la Banca d’Italia sarebbe controllata dalle banche,

«Questa operazione non si può lasciare alla Banca D’Italia perché non si è mai visto che un controllato nomini il controllore e che, in queste condizioni, il controllore possa fare fino in fondo il proprio lavoro. Mi fido più dei prefetti che della Banca D’Italia»

Naturalmente, le banche non controllano la Banca d’Italia, ma ne sono formali proprietarie del capitale, senza possibilità alcuna di influire sulla gestione.

Giova ripeterlo, perché l’incultura giuridica ed economica di questo paese è tale che una idiozia ripetuta ossessivamente diventa un assioma. La Banca d’Italia è un istituto di diritto pubblico, il diritto di voto dei suoi soci è assoggettato a limitazioni e sganciato dal numero di azioni possedute. I soci non hanno la minima possibilità di incidere sugli indirizzi di vigilanza, né su qualsiasi altro aspetto dell’attività della Banca d’Italia. Il potere dei soci si limita all’approvazione del bilancio ed alla nomina del Consiglio Superiore, che svolge funzioni amministrative, e partecipa al processo di nomina dei membri del Direttorio e del Governatore, che esercitano il potere di vigilanza. Ora, è vero che Di Pietro ha questo irresistibile riflesso condizionato per il quale se non ci sono manette tintinnanti come colonna sonora non c’è party, ma un minimo di approfondimento sul sistema creditizio non guasterebbe.

Ciò premesso, i nostri politici si mettano l’anima in pace: le banche non possono prestare prescindendo dal merito di credito. Possiamo sperare ed auspicare che il credito venga erogato non in base ad ottusi credit scoring all’americana ma alla conoscenza approfondita del richiedente il fido, creata con il contatto costante col territorio. E’ così che si deve “fare credito”. Altro da fare non c’è, se non cercare di limitare i danni (ad esempio attraverso l’utilizzo di garanzie pubbliche sui Confidi) e sperare che la crisi passi, magari per azioni risolutive di paesi che possono fare la differenza.

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