Più lo mandi giù, più ritorna su

Il rendimento del titolo di stato decennale statunitense è tornato al punto in cui era prima dell’annuncio dell’avvio del quantitative easing da parte della Fed, lo scorso dicembre. Due forze si fronteggiano: l’aspettativa che la Fed proseguirà ad acquistare Treasuries sulla parte a lunga della curva, e l’imponente aumento dell’offerta di titoli di stato necessari a finanziare le voragini che si stanno aprendo nei conti pubblici. Se guardiamo alle forze in campo, non c’è partita. L’importo che la Fed destinerà agli acquisti (300 miliardi di dollari) è nettamente inferiore all’entità di deficit aggiuntivo che gli Stati Uniti affronteranno quest’anno (1750 miliardi di dollari, secondo la più recente stima). A ciò si aggiunga che la Cina negli ultimi mesi ha mostrato di perseguire una strategia di riduzione delle scadenze del proprio portafoglio di titoli di stati americani, spostandosi sulla parte a breve e brevissimo termine, ed ecco che il rischio di un forte irripidimento della curva americana si fa molto concreto.

Ciò avrebbe impatto immediato sul costo dell’indebitamento a lungo termine, cioè su investimenti e mutui, visto ad esempio che il mortgage trentennale è legato al rendimento del T-note decennale (più uno spread), ma qui ci scontriamo con l’altra attività di easing creditizio di Bernanke, l’acquisto di mortgages per comprimerne il tasso e l’onerosità per i debitori, agevolando anche i rifinanziamenti. Il rischio concreto è quindi quello di enormi dislocations del mercato, cioè comportamenti del tutto anomali ed “innaturali” rispetto alle relazioni di base presenti tra prodotti finanziari e curva dei rendimenti. Non solo: se il tasso sul decennale governativo dovesse sfuggire di mano, si innescherebbe una reazione a catena dagli esiti potenzialmente devastanti, fatta di fuga dal dollaro, rialzo dei rendimenti sul debito americano, ulteriore crollo dell’attività economica, nuovi e maggiori deficit di bilancio che non potrebbero essere finanziati ricorrendo ai mercati finanziari, domestico ed internazionale. A quel punto la Fed non avrebbe alternative alla monetizzazione del deficit, e ciò precipiterebbe il paese e il mondo in un caos zimbabweano.

Si noti che il problema non è solo americano, ma di tutti i paesi che stanno affrontando un’esplosione di deficit pubblici. Come lo sciagurato Regno Unito di Gordon Brown e Alistair Darling, che solo di recente hanno scoperto di aver condotto negli ultimi anni una politica di bilancio del tutto lasca, ed oggi, trovandosi a gestire qualcosa che assomiglia molto ad una catastrofe, non trovano di meglio che alzare di dieci punti percentuali (portandola al 50 per cento) l’aliquota massima dell’imposta personale sui redditi, iniziativa che produrrà un gettito risibile rispetto al fabbisogno da colmare e un florilegio di pratiche elusive, vista l’ampiezza dell’incremento. Il problema del taglio di spese, poi, non viene affrontato se non nel 2011, e tutta la manovra ha l’aria di essere un espediente elettorale per votare nel 2010, sulle ali della gracile ripresa che tanti (troppi) oggi prevedono.

Il rischio, per l’economia occidentale, è quello di ritrovarsi con sistemi valutari fatti di carta straccia, con tutto quello che ciò implica per la stabilità politica e sociale.

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