Perché le materie prime sono sempre più una riserva di valore

Su Econbrowser, Jim Hamilton discute un recente paper che mostra come i prezzi delle materie prime negli ultimi anni hanno mostrato una crescente tendenza a muoversi assieme. Tra le cause possibili, l’andamento del dollaro spiega solo una parte del movimento complessivo. E’ possibile ipotizzare, come fonti di domanda, la crescita delle maggiori economie emergenti, ma soprattutto il crescente utilizzo delle materie prime come classe d’investimento.

Le materie prime sono più idonee a finalità d’investimento rispetto a strumenti come i titoli di stato indicizzati all’inflazione, i TIPS. Le motivazioni sono piuttosto intuitive: i TIPS sono comunque denominati in dollari, quindi non proteggono dalla svalutazione del biglietto verde; inoltre, soffrirebbero in una ripresa che vedesse le banche centrali impegnate in una politica monetaria restrittiva, cioè con tassi d’interesse reali in aumento. Ecco perché, soprattutto quando i tassi sono bassi ed il livello di attività economica depresso, la tesaurizzazione delle materie prime rappresenta una scommessa a costo-opportunità contenuto.

Il paper di Ke Tang e Wei Xiong sostiene che il crescente utilizzo delle materie prime come asset class spiega la crescente correlazione tra i prezzi delle medesime. A riprova, si evidenzia che le materie prime presenti nei più diffusi indici finanziari delle materie prime (come il Goldman Sachs Commodities Index, GSCI) mostrano una correlazione crescente nel tempo rispetto ai prezzi di materie prime da tali indici escluse.

Un test di prima approssimazione dell’esistenza di una crescente finanziarizzazione delle materie prime (quello che può essere definito il movente speculativo all’acquisto) può essere effettuato confrontando l’andamento dei prezzi e delle scorte. Nel caso del petrolio si ottengono risultati interessanti. Nel 2008, per quasi l’intera durata dell’anno, i prezzi sono cresciuti in presenza di scorte inferiori alla media mensile del periodo 1990-2007, con differenziale negativo piuttosto ampio proprio nei mesi estivi, quelli in cui i prezzi del greggio raggiunsero quotazioni record. Quindi, poiché intuitivamente la presenza di scorte e prezzi crescenti rappresenta conferma indiretta di un movimento speculativo, possiamo affermare con buona approssimazione che l’andamento dei prezzi del greggio nella prima metà del 2008 non presentava caratteristiche speculative. Per contro, nel 2009 gli stock appaiono superiori alla media pluriennale, e con prezzi crescenti.

Quest’anno, quindi, possiamo rinvenire conferme indirette di un movimento “speculativo”, verosimilmente riconducibile alla matrice finanziaria degli acquisti. Considerazioni analoghe sembrano valere per i metalli industriali, il cui stoccaggio appare in crescita, soprattutto fuori dagli Stati Uniti, ad esempio in Cina. La presenza di condizioni monetarie eccezionalmente alterate depone a favore di un mutamento strutturale nelle dinamiche finanziarie globali, con le materie prime sempre più protagoniste. A questa dinamica si accompagna inevitabilmente la necessità che le banche centrali più influenti (segnatamente la Fed) tengano conto, nelle proprie valutazioni congiunturali, dell’andamento dei prezzi delle materie prime come asset class. Sarebbe un metodo per monitorare la formazione precoce di bolle.

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