Dopo Dubai: i mercati parlano a Dublino affinché Roma intenda?

di Mario Seminerio – Libertiamo

Nei giorni scorsi Simon Johnson, ex capo economista del Fondo Monetario Internazionale, ha evidenziato l’apparentemente strana correlazione tra i timori di crisi sistemica suscitati dal crescente rischio di insolvenza di una entità finanziaria del Dubai a controllo pubblico e il rischio di credito percepito su alcuni stati sovrani particolarmente colpiti dalla crisi finanziaria globale, come l’Irlanda. Cosa c’entra la verde Dublino con le sabbie del Golfo?

Per tentare di rispondere, Johnson parte dell’analisi della situazione di Dubai. Lo scenario più probabile, oggi, è quello di un salvataggio di Dubai per mano di Abu Dhabi, con l’emirato petrolifero a soccorrere quello finanziario-immobiliare. Dubai avrebbe circa 100 miliardi di dollari di passività totali, e si ipotizza che il salvataggio preveda che i suoi creditori vengano in qualche misura colpiti dal default (ottenendo, secondo le indiscrezioni, 75 centesimi per ogni dollaro di credito). Quindi le perdite sarebbero dell’ordine di 30-50 miliardi di dollari.

Se questi fossero i numeri, l’effetto diretto sarebbe nel complesso contenuto. La banca anglo-cinese HSBC, che guida il gruppo dei creditori per esposizione lorda, perderebbe il 3 per cento del proprio patrimonio netto. Non è divertente, ma è comunque gestibile. Ricordiamo che HSBC non ha fruito dei salvataggi pubblici durante la crisi, e secondo l’agenzia Standard&Poor’s sarebbe la banca meglio capitalizzata al mondo, in termini di capacità di gestione del rischio. L’impatto tra le altre istituzioni finanziarie che hanno prestato a Dubai sarebbe piuttosto disperso, e geograficamente localizzato tra le banche europee continentali.

Ma se le cose stanno in termini tutto sommato così rassicuranti, che c’entra l’Irlanda? Per Johnson, il punto sta proprio nel concetto di “salvataggio parziale”, cioè con perdite inflitte ai creditori. Se Dubai può effettivamente dichiarare insolvenza e ristrutturare il proprio debito senza far deragliare l’economia globale, allora anche altrove può accadere qualcosa di simile. Se Abu Dhabi può assumere una linea dura sul salvataggio e ciò non destabilizza i mercati, anche (ad esempio) l’Unione europea può sopravvivere al default di uno o più dei suoi membri. Diciamo Irlanda e Grecia, per non mettere ansia a nessuno? Se gli intermediari finanziari cominciassero ad imparar qualcosa da queste insolvenze, e cioè che non è detto debba sempre esserci un deus ex machina nazionale o sovranazionale che trae d’impaccio i creditori, impedendo loro di perdere anche un solo euro, ecco che d’incanto la cautela tornerebbe sui mercati, dissolvendo l’azzardo morale.

Che significa ciò? Che i prestatori farebbero i compiti a casa, e chiederebbero ai debitori una remunerazione maggiormente espressiva del rischio di insolvenza di questi ultimi. Detto incidentalmente, questo doveva anche essere il percorso da seguire dall’inizio della crisi, ma le troppe interconnessioni sistemiche tra debitori e creditori, oltre alla vigorosa azione di lobbying intrapresa dal sistema finanziario, hanno cristallizzato la situazione, e si è scelta la strada della grande sovvenzione pubblica, preferendola a quella della perdita pro-rata, in capo ai creditori.

Dentro l’Unione europea l’affermarsi dello scenario ipotizzato da Johnson (la fine dei bailout senza se e senza ma) avrebbe come conseguenza quasi immediata un aumento dei differenziali di rendimento richiesti dal mercato sui titoli di stato Non che questo fenomeno non sia già in atto, a dire il vero: prima dell’inizio della crisi paesi come il nostro, con il loro imponente stock di debito, avevano un premio al rischio molto basso. Bastavano venti centesimi di punto percentuale in più del Bund tedesco per comprarsi un Btp decennale. Oggi siamo intorno a ottanta centesimi, e quel differenziale appare la nuova soglia di equilibrio compatibile con un mondo di investitori che, bene o male, stanno prendendo coscienza che il rischio esiste, e che i debitori non sono tutti uguali. Il prossimo passo potrebbe essere l’ulteriore innalzamento di questo premio al rischio, a crisi terminata, a carico dei paesi che sembrano dare le minori garanzie di solvibilità nel lungo termine.

In questo scenario, due conclusioni emergerebbero: la prima è che, contrariamente ad una ormai logora vulgata, non è vero che un paese membro dell’Unione monetaria europea non possa andare in default; la seconda è che i paesi che hanno un debito elevato e crescono strutturalmente meno di altri, finirebbero con l’essere posti in prima linea nell’elenco dei sospettati. Parlare a Dublino affinché Roma intenda?

Sostieni Phastidio!

Dona per contribuire ai costi di questo sito: lavoriamo per offrirti sempre maggiore qualità di contenuti e tecnologie d'avanguardia per una fruizione ottimale, da desktop e mobile.

Per donare, clicca qui!