Prevenire è meglio che tassare

Con una mossa a sorpresa, Goldman Sachs ha annunciato che i suoi trenta dirigenti apicali non riceveranno un bonus in contanti, ma in azioni, e che le stesse non saranno vendibili prima di cinque anni. Si tratta delle cosiddette “Shares at Risk“, che oltre a non essere alienabili prima del quinquennio, incorporano una clausola di salvaguardia che consente di spossessare il manager delle azioni in caso di “materially improper risk analysis“, o per aver fallito nel sollevare timori riguardo i profili di rischio dell’operatività aziendale. Le nuove Shares at Risk integrano e rafforzano il preesistente meccanismo di richiamo, basato sui casi di frode e dolo.

Si tratta di un gamechanger, destinato con tutta probabilità a stabilire uno standard per l’intero settore finanziario statunitense, anche in risposta alle iniziative dei governi britannico e francese, che hanno deciso di applicare una forte sovrattassa una tantum al monte-bonus aziendale nei casi di erogazioni eccedenti una soglia minima. Qualcosa ci suggerisce che negli Stati Uniti questo esito di punizione fiscale non ci sarebbe comunque stato, stante anche il totem americano della “santità dei contratti”, soprattutto quando sono relativi ai banksters, ma la mossa di Goldman è comunque degna di nota.

Update: per Justin Fox non contano le Shares at Risk, e neppure il voto consultivo non vincolante dell’assemblea degli azionisti nella determinazione dei bonus, quanto il fatto che gli utili sono stati ottenuti in massima parte per effetto delle misure di salvataggio pubblico. Sulla base di questo ragionamento, si giunge alla conclusione che la supertassa franco-britannica sui bonus è l’unica soluzione. Forse è così, almeno in questa congiuntura, ma per il futuro, quando saranno ripristinate condizioni di redditività meno artificiali, la soluzione di Goldman appare razionale.

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