Il dito di Visco

Un interessante articolo, oggi sul Sole24Ore. Altrettanto interessante è chi lo firma, l’ex ministro delle Finanze Vincenzo Visco. E’ questo dettaglio che ci crea imbarazzo: se citiamo questo articolo saremo sepolti da contumelie di lettori che cominceranno ad inveire contro “Visco il vampiro”, e/o da altri lettori che troveranno conferma al loro sospetto circa l’inclinazione sinistra assunta da questo sito tecnocratico e antipopolare oppure ancora troveremo lettori che si disinteresseranno dell’autore per concentrarsi sui numeri da egli citati? Nella speranza che l’ultima ipotesi sia quella giusta (ma non ci scommetteremmo), vi sottoponiamo alcuni passaggi dell’articolo di Visco, non prima di aver premesso che egli è pienamente corresponsabile della miserrima condizione economica di questo paese, anche se nell’ultimo decennio ha potuto nuocere solo per circa due anni, quindi una media ponderata di nocività appare equa.

Per cominciare, è utile ricordare che l’Italia, nel biennio acuto della crisi (2008-2009) ha perso 6 punti percentuali di Pil, contro la media Ue di 3,3 per cento. La media dei paesi Ocse ha perso il 2,9 per cento, la Germania il 3,7 per cento e gli Stati Uniti il 2,1. Già questo dà la misura di quanto brilli la stella italiana nel firmamento congiunturale globale. Poi, a livello di variazioni di Pil pro-capite (l’indicatore dell’ascesa o del declino di un paese), Visco osserva che

posto pari a 100 il Pil pro-capite a parità di potere d’acquisto dei 27 paesi della Ue, si può verificare che nel 2000 l’Italia si collocava a un livello di 117, pressoché eguale a quello di Germania, Francia, Regno Unito; oggi l’indice è sceso a 98,6, più prossimo al 95,8 della Grecia a al 93,4 di Cipro che non a quello dei paesi più ricchi, rimasti più o meno dove si trovavano.

A noi verrebbe da azzardare che ci stiamo impoverendo (fino a due anni fa in senso relativo, dal 2008 in assoluto), ma non vorremmo essere accusati di disfattismo. Visco sottolinea poi che il nostro paese soffre non solo di una anemica crescita della produttività del lavoro, ma anche e soprattutto di quella totale dei fattori, la grandezza che sintetizza il progresso tecnologico ma anche i colli di bottiglia del sistema-paese, a livello di capitale umano e sua formazione, oltre che di efficacia ed efficienza nella tutela dei diritti di proprietà. E’ qui che si annida il male italiano.

Visco prosegue ricordando che, quando i tassi risaliranno, vuoi per l’affermarsi di una ripresa più o meno autentica vuoi (più probabilmente) per effetto del peso delle nuove emissioni di debito pubblico rese necessarie dai deficit di bilancio, il nostro paese si troverà con la corda al collo della spesa per interessi. Per questo, sostiene Visco (e con lui anche le persone dotate di senso comune), non serviranno più solo riforme del mercato del lavoro e del suo costo.

Sfortunatamente, mentre noi siamo qui a baloccarci col presidenzialismo ed il premierato forte, i germi della crisi di sistema si irrobustiscono. Qualcuno (i riformisti più spregiudicati) attende che il salvataggio giunga dall’esterno, magari da una Bce trasformata in Fed o da una Germania che si rimangia il suo surplus delle partite correnti, sollevandoci dal fondale in cui siamo conficcati, ma su un tale scenario non scommetteremmo del denaro. E quindi? Quindi aspettiamo, guardando il dito di Visco e disinteressandoci della luna (calante) dell’Italia.

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