Spingendo il dissesto più in là

Uno degli effetti dell’acuirsi della crisi greca, ma anche della sua pretesa “soluzione”, è stato l’aumento del rischio di credito sugli emittenti finanziari europei, così come evidenziato dall’indice iTraxx Senior Financials. Il motivo è facilmente intuibile: i mercati stanno diventando nervosi riguardo la crescente dipendenza del merito di credito delle banche dai salvataggi pubblici, e si interrogano su quanto ancora questa situazione potrà durare e, soprattutto, che accadrà agli stessi rating sovrani, sempre più fragili.

Nell’ultimo biennio, i governi hanno trasferito il rischio di insolvenza dal bilancio delle banche a quelli pubblici, attraverso garanzie dirette ed indirette. Ma oggi i bilanci pubblici sono stremati e sempre più sotto la lente delle agenzie di rating. La situazione complessivamente più fragile è quella europea, con un sistema bancario sottocapitalizzato e scarsissima trasparenza, soprattutto riguardo la reale consistenza dei veicoli fuori bilancio nelle banche (tedesche e non solo).

Le quali banche europee hanno un calendario di rinnovo del debito per il 2010 particolarmente impegnativo, prossimo all’equivalente di 800 miliardi di dollari. Negli Stati Uniti il salvataggio del sistema bancario, attuato col famigerato TARP, si è basato (e si basa) sulla creazione di una curva dei rendimenti molto ripida, con il costo del funding per le banche inchiodato a zero, grazie alla Fed. In questo modo, in un arco di tempo sufficientemente ampio, le banche riescono a trarsi d’impaccio. In Europa, ammesso e non concesso che il “salvataggio” greco possa rappresentare l’inizio del nostro TARP, le banche spagnole e portoghesi si trovano tagliate fuori dal mercato interbancario, mentre le stesse banche tedesche e francesi stanno sperimentando un aumento dei costi di finanziamento all’ingrosso.

Ancora una volta, spetterà alla Banca Centrale Europea puntellare il sistema, con le aste di rifinanziamento a tasso fisso e pié di lista. Ma questa dinamica rappresenta di fatto una monetizzazione dei deficit pubblici. Le banche sottoscrivono i titoli di debito di stato e li finanziano all’1 per cento presso la Bce, dandoli in garanzia. Una perfetta macchina da soldi, per le banche. Almeno fino al giorno in cui i mercati diranno basta. E quel giorno potrebbe essere più vicino di quanto si pensi.

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