Perfidi keynesiani, fratelli maggiori

Letta ieri, nel quadro del dibattito sulla manovra correttiva di finanza pubblica:

“I ‘finiani’, per esempio, abboccano in toto alla versione keynesiana di Bankitalia secondo cui ogni cent tagliato di spesa pubblica frena la crescita”

Associare gli odiati “finiani” (un termine che, a furia di sentirlo e leggerlo, evoca in noi immagini di mostri spaziali dalle ingannevoli sembianze umane) ad una Banca d’Italia bastione del keynesismo (altri mostri verdi, o di colore diverso da quello padano) fa un certo effetto.

Riguardo i primi, aspettiamo proposte operative, fermo restando che il riordino della disciplina dei sussidi alle aziende è stato rinviato anche da troppo tempo. Sulla bislacca idea di Palazzo Koch (questa è ironica, mi raccomando), è opportuna qualche elaborazione. Una manovra che tagli le spese riduce la domanda aggregata, punto. Altro da dire non c’è, e non è keynesismo, anche perché quella della Banca d’Italia nelle vesti dell’ottuso suggeritore delle virtù della spesa pubblica purchessia, manco fosse un Ferrero o un Diliberto qualunque è visione macchiettistica che potremmo francamente risparmiarci, anche quando partecipiamo al solito teatrino della politique politicienne.

Non che non esistano circostanze in cui il taglio della spesa pubblica produce effetti virtuosi: ad esempio, per un paese molto indebitato e che si trova a dover pagare tassi elevati, che incorporano un elevato rischio emittente. In quel caso, la riduzione di spesa pubblica attenua il rischio di insolvenza e per questa via riduce il premio al rischio incorporato nei tassi d’interesse che quindi scendono, stimolando i livelli di attività. E’ questo il caso attuale del nostro paese, e di Eurolandia in generale? Ci si aspetta che il premio al rischio per Italia, Spagna, Irlanda, Francia sia destinato a calare per effetto di una stretta fiscale simultanea? Oppure che, in assenza di una compensazione espansiva di politica monetaria (che è già appoggiata al lower bound del tasso zero e non può scendere oltre se non attraverso estese monetizzazioni da parte delle banche centrali, cioè il famoso easing quantitativo), o di un crollo verticale dell’euro contro dollaro la correzione fiscale produrrà rallentamento/ricaduta in recessione, aumento della disoccupazione, aumento inerziale del deficit pubblico, aumento del premio al rischio di dissesto ed insolvenza, cioè una trappola di debito? Questa è la domanda delle domande.

Dovessimo metterci un paio di euro tenderemmo a prendere per buono quello che i modelli “keynesiani” di Bankitalia prevedono: una riduzione della “crescita” italiana a prefisso telefonico, ceteris paribus (mai scordare questa formula magica). E del resto, il fatto stesso che siamo oggi costretti ad una correzione da 25 miliardi in un biennio solo per tenere il percorso di rientro verso i parametri di Maastricht, mentre poche settimane fa di miliardi ne servivano cinque (5) dovrebbe essere controprova che siamo in una situazione di crescita inferiore (ampiamente inferiore) al potenziale. Qualcuno pensa che il taglio di deficit per lo 0,8 per cento di Pil in ogni anno del prossimo biennio ridurrà il premio al rischio sul nostro paese in persistente assenza di crescita? Auguri.

P.S. Forse un giorno sarà utile mostrare quanto è stata involontariamente keynesiana la presidenza di Ronald Reagan.

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