La rivolta delle vuvuzelas

Oggi il chiacchiericcio mediatico si concentra sulla reazione piuttosto ruvida con cui Vittorio Feltri ha replicato alle accuse del premier verso una stampa che non informa, con annesso invito a “scioperare” contro i giornali. Feltri non l’ha mandata né giù né a dire, ed ha ricordato a Berlusconi che nella classifica dei buggeratori di solito sono i politici a primeggiare.

Analogamente, da qualche tempo anche Libero si esibisce in prime pagine piuttosto polemiche verso la maggioranza ed i suoi esponenti decentrati negli enti locali, pur salvaguardando il ruolo di Guida Suprema di “Silvio”, con una tecnica che ricorda molto i periodici processi di “autocritica” che erano alla base delle epurazioni nei grandi partiti comunisti di Cina ed Unione Sovietica.

Anche il Tempo, guidato da Mario Sechi, che pure si segnala per editoriali al miele nei confronti di Berlusconi (di recente elogiato pure per aver introdotto nel dibattito politico italiano i sondaggi di opinione, e poco importa che nessuno si prenda la briga di indagarne le mai divulgate metodologie), mostra segni di lieve impazienza, come dimostra la prima pagina di ieri, in cui ha messo in bella evidenza il numeretto (43,2%) della pressione fiscale sul Pil. Fossimo stati in altri momenti, Sechi ed i suoi colleghi avrebbero depurato quel dato dagli incassi prodotti dallo scudo fiscale, giungendo alla conclusione che non va poi così male per i tartassati. Invece, nulla, per questa volta il capello resta intatto e non viene spaccato nell’abituale multiplo di quattro.

Che sta accadendo? Le considerazioni di Feltri sono le più interessanti, perché per la prima volta il direttore de il Giornale sembra aver sgamato anche il gioco leghista, ammesso che di gioco si tratti e non di sprovvedutezza da alte valli bergamasche:

«Il federalismo non c’è e non ci sarà mai e non so cosa si inventerà Bossi, su chi scaricherà la colpa»

Già, che farà Bossi, oltre a sbraitare sugli uomini in arme, sulla violenza da cui potrebbe nascere la Padania ed amenità simili, che lo rendono sempre più simile ad un nonno perennemente su di giri? Perché il problema è quello: passi per Berlusconi, che nella vita fa il venditore e può quindi arringare le folle con un repertorio ormai frusto e logoro, come quello che ha replicato ieri, affermando che “abbiamo la crisi alle spalle”, e quindi la frase andava forse conclusa invitando a non chinarsi. Ma l’Umberto, dove finiremo se pure l’Umberto racconta palle? “Noi abbiamo sempre votato Lega, è il Bossi che ci deve aiutare”, strillava accorata l’altro giorno una leghista lombarda davanti alle telecamere. Ocio, direbbero a Lamezia Terme.

Altra ipotesi è che i giornali tradizionalmente filogovernativi sentano il fiato sul collo delle vendite, e che i loro lettori si stiano spazientendo di leggere da anni che “è tutta colpa dei comunisti, degli zingari e dei negher“, se la loro vita diventa ogni mese più grama. Unite i puntini ed avrete la rivolta delle trombette filogovernative di carta (stampata). Durerà? Non sappiamo, anche perché siamo colpevoli di aver sistematicamente sottostimato le doti di ipnotizzatore del premier, sempre pronto a dirvi che “noi ne usciremo meglio di altri”, anche quando il paese fa segnare le peggiori performance economiche dell’Ocse. Ma quello del Cav. è un tramonto al rallentatore, un paio di fotogrammi al secondo, non di più.

Chi resta, dunque, impavido e sprezzante del ridicolo, a difendere governo e maggioranza? Per ora Minzolini ed i suoi montaggi creativi, oltre ad un pugno di blogger incarogniti ed incapezzoniti nella loro ossessione di difensori da curva. Il tutto mentre il Paese, mosso da quella esecrabile invidia sociale che ne rappresenta il tratto culturale dominante, ha deciso a sua volta di emulare il Capo, ed andare a puttane.

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