L’economia italiana, tra realtà e finzione

Proseguono gli ammirevoli tentativi di Oscar Giannino di suggerire alla politica un’agenda economica degna di questo nome, anche per superare la fase surreale che stiamo vivendo, dove pare che i nostri eletti siano caduti vittime di un miraggio estivo, e si siano convinti che l’econ0mia non è più un problema. Purtroppo le cose non stanno così.

La ripresa è in larga misura fittizia, almeno in Occidente. Nelle prossime settimane e mesi assisteremo al rallentamento della già asmatica locomotiva statunitense, e forse a nuovi interventi espansivi di politica monetaria, mentre sarà difficile vedere all’opera nuovi stimoli fiscali di una qualche entità, visto l’approssimarsi delle elezioni di midterm. Per Giannino, il nostro paese ha superato l’emergenza meglio di altri, e la riprova consisterebbe nel tasso di disoccupazione, più basso della media europea.

Certo, se ci paragoniamo a Grecia e Spagna c’è innegabilmente del vero in questa affermazione. Solo che è lo stesso Oscar che, pochi paragrafi più in là, segnala quello che noi denunciamo da tempo: in Italia esiste una enorme disoccupazione occulta, nascosta dietro l’utilizzo estensivo della cassa integrazione:

«Nell’Italia di oggi, dove a distanza di 20-22 mesi preferiamo tenere i cassintegrati in deroga nell’illusione che torneranno tutti a lavorare dove stavano, bisognerebbe autorizzare le imprese che non hanno prospettiva di riassorbirli a recedere»

Condivisibile. Ma se le cose stanno in questi termini, è del tutto inutile parlare di tasso di disoccupazione più contenuto della media europea. Basta guardare in faccia la realtà: il nostro tasso di disoccupazione (che peraltro non è basso, da qualunque angolo visuale lo si guardi) è una metrica falsata e fuorviante, anche per il basso tasso di attività che da sempre caratterizza il nostro mercato del lavoro. Ma non riusciremo a sfuggire alla mistica del “noi ne usciremo meglio di altri”, statene certi.

Giannino si sofferma poi sul processo di “destrutturazione” della contrattazione collettiva, e sul “caso Pomigliano” che, dopo essere rapidamente divenuto “caso Fiat”, sta per mutare in “caso Italia”. Le imprese, di fronte alla gravità della situazione, tentano di liberarsi dei vecchi lacci e dei vecchi rituali, nel tentativo di sopravvivere e rilanciarsi. E qui la politica latita, perché questo processo andava assecondato e gestito, mentre verrà invariabilmente subito.

Serviva una profonda riforma della contrattazione collettiva, che non c’è stata; serviva una riforma degli istituti di protezione reddituale per i lavoratori, con il superamento della cassa integrazione e la sua sostituzione con meccanismi di tutela universale e limitata nel tempo e nello spazio, che non c’è stata. Tutto quello che abbiamo avuto è stata l’ennesima variazione al margine, nella forma di una rachitica e problematica detassazione dei premi di rendimento e della componente variabile della retribuzione.

Altro punto segnalato da Oscar: il fondo per la capitalizzazione delle PMI, ad un anno dalle fanfare che ne annunciavano la nascita, è al palo. Perché? L’ipotesi è tanto lineare quanto disarmante:

«Se ci sono problemi per l’autorizzazione necessaria da parte di Bankitalia, forse è perché il modello su cui hanno trattato  banche e Tesoro rischia di apparire più una scelta di risulta a favore di soggetti a cui le banche negano capitale, che un vero veicolo di mercato capace di scegliere i soggetti che razionalmente e internazionalmente è più utile sostenere, per i prodotti e le tecnologie di cui dispongono»

Ricordate la Banca del Sud? Non è ancora partita, ne parlavamo lo scorso anno. Forse perché la costruzione soffre delle stesse debolezze concettuali del fondo di private equity pubblico per le PMI? Forse perché agevolare la raccolta, con fiscalità di vantaggio, non serve a nulla (se non eventualmente a rafforzare Poste Italiane sul mercato dei depositi), visto che il problema del credito nel Mezzogiorno non è la raccolta ma gli impieghi?

Resta il dato di fondo di una politica declamatoria, incapace di gestire il cambiamento, avvolta da una fitta nebbia di propaganda. Certo, alla fine di questa lunga mutazione dell’economia italiana e globale potremmo trovarci di fronte al fatto compiuto di una rivoluzione della contrattazione collettiva, un processo che la politica si limiterebbe ad osservare. Potremmo anche pensare ad una sorta di vietnamizzazione della nostra economia, in cui la progressiva sostituzione delle generazioni attive ci regala una forza lavoro integralmente precaria, e la crisi fiscale dello stato impedisce di riformare il welfare in modo leggero e “liquido”. Al termine della transizione potremmo pure diventare la Tigre d’Europa. Ma se così fosse, potremmo anche abolire l’esecutivo ed il legislativo, per manifesta inutilità. Potrebbe essere un interessante esperimento sociale, in fondo.

(Crosspost @ Chicago Blog)

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