Macromonitor – 21/11/2010

La correzione di mercato iniziata la settimana scorsa, innescata da Cina e paesi periferici dell’euro, è proseguita questa settimana, pur se meno impetuosa. La lettura ottimistica di questo andamento di mercato è che il denominatore comune alle vendite di obbligazioni, credito, azioni e materie prime è semplicemente il rovesciamento del precedente rally, iniziato il primo settembre. Una correzione da prese di profitto, quindi, giustificata da ampie posizioni lunghe e da un rialzo ininterrotto di dieci settimane.

Lo scenario resta al momento ancora favorevole all’assunzione di rischio, sul piano dei flussi e dei fondamentali: le attese sugli utili sono rimaste su un trend rialzista per la maggior parte di quest’anno. Le previsioni di crescita economica sono state ridimensionate nel periodo aprile-agosto, sono rimaste stabili in settembre ed ottobre, ma da quel momento i dati di attività globale hanno lentamente iniziato un movimento ascendente, con indicatori di domanda più robusti di quanto inizialmente ipotizzato. La crescita potrebbe irrobustirsi nel secondo trimestre del prossimo anno, quando gli effetti delle restrizioni fiscali in Europa inizieranno a venire meno. I rischi a questo scenario derivano dal surriscaldamento cinese, da un collasso nel coordinamento globale delle politiche macroeconomiche e dalla incapacità di smorzare i problemi di finanziamento della periferia di Eurolandia, che allo stato attuale appaiono il maggiore fattore di rischio. L’Ue ha la capacità e la volontà di finanziare la periferia, ma l’eventuale salvataggio non elimina gli intrinseci timori per la solvibilità, limitandosi a prendere tempo.

Sul mercato obbligazionario, settimana di nuovi ribassi dei prezzi, soprattutto in Europa. L’Irlanda è sempre più vicina ad accettare il supporto di Ue e FMI, e ciò attenua la domanda di titoli governativi sicuri quali quelli tedeschi. Ma dovrebbe trattarsi solo di una pausa, con il focus di mercato in spostamento verso Spagna e Portogallo. I due paesi non appaiono vulnerabili quanto l’Irlanda, il cui sistema bancario ha di recente aumentato la propria dipendenza dalla Banca Centrale europea, dopo aver subito importanti deflussi di depositi, soprattutto aziendali. Il Portogallo, tuttavia, ha importanti scadenze di titoli governativi e bancari a inizio del prossimo anno, che potrebbero innescare una nuova crisi.

Dall’avvio della nuova fase di easing quantitativo della Fed i rendimenti statunitensi ed europei sono cresciuti di circa 30 punti-base, per effetto di riposizionamenti di grandi operatori quali gli hedge funds, oltre che della più volte ribadita volontà della Fed a reflazionare l’economia, circostanza che non giova ai titoli obbligazionari, che già si trovano a livelli di rendimento storicamente minimi. Ma con la Fed che acquista 5 miliardi di Treasuries al giorno, e con le persistenti difficoltà dell’Area Euro, il recente rialzo dei movimenti potrebbe arrestarsi e invertire la marcia. Proseguono gli afflussi di fondi verso le obbligazioni dei paesi emergenti, ma la selettività conterà sempre di più, soprattutto per differenti situazioni macro.

Sui mercati azionari è proseguita la sottoperformance delle banche, destinate a subire pressione dalle nuove disposizioni regolatorie e dall’eccesso di capacità globale del settore.

Anche le materie prime hanno ceduto terreno questa settimana, in risposta all’ulteriore stretta monetaria cinese, con aumento di mezzo punto del coefficiente di riserva obbligatoria per le banche. Lo scenario prospettico per le materie prime è legato, come più volte segnalato, alla capacità cinese di rallentare la propria crescita e contrastare le pressioni inflazionistiche senza far deragliare la crescita. Anche il petrolio si è mosso al ribasso, ma i segni di un progressivo restringimento nel rapporto domanda-offerta si susseguono. Ad esempio, le scorte americane sono diminuite di 7,3 milioni di barili questa settimana, mentre gli incrementi di offerta dei paesi non-OPEC stanno venendo meno.

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